Ricerca made in Italy: Più qualità, volumi fermi

4 Luglio 2007, di Redazione Wall Street Italia

Le imprese del made in Italy stanno sempre più puntando al valore e alla qualità dei prodotti, anche a scapito dei volumi di vendita. In pratica l’Italia dell’export “guadagna” di più, ma assiste a un’erosione delle quote di mercato. E’ l’osservazione attorno alla quale ruota la ricerca “La sfida della qualità: il futuro delle aziende italiane sui mercati internazionali”, realizzata dalla Fondazione Manlio Masi in collaborazione con Luiss Lab e presentata ieri dallo stesso presidente della Fondazione Beniamino Quintiero in occasione del Sesto Forum annuale del Comitato Leonardo. Un appuntamento che ha visto discutere sullo studio il ministro del Commercio internazionale Emma Bonino, la presidentessa del Comitato Leonardo Laura Biagiotti, il presidente dell’Ice Umberto Vattani, il presidente del comitato anticontraffazione di Confindustria Giandomenico Auricchio e imprenditori e manager come Nerio Alessandri (Technogym), Piero Antinori (Marchesi Antinori), Matteo Marzotto (Valentino Fashion Group), Corrado Antonini (Fincantieri) e l’amministratore delegato dell’Ansa Mario Rosso. Secondo la ricerca (che ha preso in esame i comparti dell’alimentare, delle bevande e del tabacco, del tessile-abbigliamento, del cuoio-calzature, del mobile e dell’industria manifatturiera), “diventano sempre più numerose le realtà imprenditoriali italiane che hanno adottato con successo una strategia complessa, puntando sulla qualità e assicurandosi l’affermazione sui mercati internazionali” e che, nell’impossibilità di “far leva sulla competizione di prezzo”, hanno deciso di “cambiare l’approccio ai mercati, dando maggior enfasi al valore e alla qualità dei prodotti, piuttosto che alla quantità delle vendite”. Un cambiamento, sottolinea lo studio della Fondazione Masi, che ha portato negli ultimi sei anni a “una sostenuta crescita dei prezzi (più 25 per cento circa) e a un andamento stagnante delle quantità esportate. I prezzi del made in Italy, insomma, sono saliti in modo “nettamente superiore” a quelli dei prodotti francesi, tedeschi o spagnoli, “in un contesto in cui la dinamica complessiva dell’Ue a 25 è stata addirittura negativa”.