REPUBBLICA IL DIAVOLO E L´ACQUA SANTA

di Redazione Wall Street Italia
3 Agosto 2005 17:40

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – I fatti sono questi. Carlo De Benedetti, imprenditore e azionista di maggioranza del Gruppo Espresso e dunque di questo giornale, ha progettato sei mesi fa con Mediobanca e Lazard la creazione di un fondo per il risanamento di aziende in crisi, aperto naturalmente al concorso di altri soggetti imprenditoriali e finanziari italiani. Silvio Berlusconi, venuto a conoscenza del progetto, ha chiesto di poter investire in questo fondo e come lui sono entrati nell´iniziativa altri nomi di spicco del capitalismo italiano.

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Ma Berlusconi e De Benedetti non sono soltanto due imprenditori. Il primo è il presidente del Consiglio e il capo della destra italiana. Il secondo fa parte di un mondo – questo giornale prima di tutto, il Gruppo Espresso, l´associazione “Libertà e Giustizia” – che in questi anni ha denunciato le anomalie e le storture del progetto politico e culturale di questa destra, e in particolare del suo leader, Berlusconi. Il fatto che questi due personaggi investissero insieme nella creazione dello stesso fondo (sia pure senza alcun patto di sindacato e nessun accordo di alcun tipo) ha fatto scandalo e continua a farlo. E si capisce perché, visto che i due per più di un decennio sono stati in Italia come il diavolo e l´acquasanta.

Le reazioni sono di tre tipi. La prima è interna alla sinistra, e sostiene che quell´intesa è comunque un errore in principio, perché non si fanno accordi di alcun tipo con Berlusconi, visto anche l´oggettivo ampliamento del conflitto d´interessi che il nuovo progetto può comportare. De Benedetti risponde che non c´è nessun accordo, nessun patto, soltanto un investimento comune, e il management sarà totalmente autonomo dagli azionisti.
La seconda reazione è quella dei giornali familiari del Cavaliere, che hanno immediatamente cavalcato l´operazione quasi fosse una benedizione insperata, esaltandola addirittura come una Jalta del capitalismo. Rivelando così un´ansia di sdoganamento e di legittimazione stupefacente dopo dieci anni di pubblica avventura politica del Cavaliere.

Infine, c´è la reazione di chi non ha mosso un dito quando la P2 stava assaltando l´informazione e oggi pensa (in realtà spera) che il semplice investimento di Berlusconi in un fondo creato da De Benedetti basti per sconfessare la linea politica che Repubblica ha tenuto in questi anni e serva per farla cambiare in futuro.

Francamente, questa è l´opinione più sconcertante. Il decennio populista che abbiamo attraversato con la sua sconfessione di ogni regola, deve aver fiaccato coscienze e culture anche esterne all´organizzazione politica berlusconiana, se si può pensare tranquillamente che l´imperativo proprietario può travolgere ormai ogni storia, ogni tradizione, qualsiasi autonomia culturale.

In tutti questi anni Repubblica ha dato i suoi giudizi sulla vicenda politica italiana tenendo conto sempre dell´interesse del Paese, e proprio a partire dalla storia libera e autonoma del suo progetto informativo e culturale. Lo ha fatto per il libero convincimento professionale e civile di una redazione straordinaria, in piena sintonia e continuità con il progetto iniziale dei fondatori, Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo. Ma lo ha fatto in pieno accordo con l´azionista De Benedetti, che ha condiviso e appoggiato tutte le battaglie del nostro giornale, e che non ha certo cambiato idea oggi.

Dunque, non abbiamo nulla da cui guardarci, nulla di cui pentirci (salvo i normali errori di chi fa un lavoro quotidiano, e che sono comunque e sempre responsabilità del direttore). Soprattutto, non sentiamo alcuna contraddizione con noi stessi e con il giudizio che – spesso nel silenzio e nella connivenza altrui – abbiamo dato di questi anni sventurati per l´Italia, nella lettura giuridica del professor Cordero, nell´immagine di Makie Messer usata a proposito da Eugenio Scalfari quando il Cavaliere l´imponeva.

In questi ultimi dieci anni il giornale ha semplicemente scritto ciò che pensava, e che la sua cultura gli dettava. Nessuno ci ha chiesto di cambiare e nessuno ce lo chiederà, con buona pace degli avvoltoi, forse infastiditi dal successo del nostro giornale. In ogni caso, cambiare sarebbe impossibile, con l´Italia che abbiamo davanti. I giudizi che abbiamo dato e che diamo oggi su Berlusconi non nascono dall´ideologia che non ci appartiene ma dalla convinzione che – voglio ripetere con chiarezza ciò che scrivo da più di dieci anni – questa destra italiana rappresenti un´anomalia nelle democrazie occidentali per il conflitto d´interessi, il monopolio dell´agorà televisivo, le leggi ad personam che stravolgono lo Stato di diritto, la sua cultura populista.

Tutto questo non per il dettato di una qualche proprietà, ma per la nostra comune valutazione di cittadini e di giornalisti, coscienti di contribuire a creare un´opinione pubblica informata e partecipe. Consapevoli, anche, che questa è la funzione e la natura di Repubblica, fin dalla fondazione scalfariana, ed è l´identità del Gruppo Espresso, difesa dalle redazioni come dal management e dalla proprietà.
Ci vuol tanto a capire che per tutte queste ragioni l´identità di Repubblica e il suo patto trentennale coi lettori non sono modificabili, né piegabili a contingenze e convenienze? Non tutti i giornali sono trapiantabili nelle zone di terreno più favorevoli e più fertili del momento, come fossero un vaso di fiori. È accaduto in Italia, certo, ma non accadrà a Repubblica.

Spiace doverlo ricordare a dei liberali. Spiace ancora di più doverlo ribadire a dei giornalisti.

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