RECESSIONE: CHE EFFETTI AVRA’ SUI GIOVANI?

14 Settembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Negli ultimi due anni, ci siamo preoccupati prima dello stato di salute delle banche. Poi di quello dell’economia reale. Il capo economista del Fondo monetario, Olivier Blanchard, uno dei più perspicaci economisti del mondo, ha parlato di «cicatrici profonde» che la crisi lascerà sull’economia.

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Raramente ci siamo chiesti quali saranno gli effetti, anche traumatici, che la crisi può provocare nei nostri figli, nelle generazioni più giovani. La Grande Depressione ha avuto conseguenze sulle persone che ne hanno modificato le convinzioni. Non a caso di lì è nata la rivoluzione keynesiana, alla quale oggi ci si appiglia di nuovo.

L’impatto sulle persone va ben al di là di un cambiamento di tendenze nella macroeconomia e i giovani sono i più suscettibili a questi shock perché colpiti negli anni decisivi della formazione. In che modo il loro insieme di convinzioni e di attitudini sociali risponde a questa nuova situazione?

Due economisti italiani, Paola Giuliano, della Ucla, e Antonio Spilimbergo, del Fondo monetario internazionale, allievo di Blanchard, hanno provato a misurare questi cambiamenti, utilizzando i dati di un sondaggio, il General Social Survey, che è stato condotto negli Stati Uniti quasi ogni anno dal 1972 (alle soglie, tra l’altro, della peggior recessione del dopoguerra prima di quella in corso) e hanno provato a confrontare le risposte nei periodi in cui gli interpellati hanno vissuto, in giovane età, uno shock macroeconomico.

Il risultato dello studio è che gli individui che sono cresciuti durante una recessione tendono a credere che il successo nella vita dipenda più dalla fortuna che dall’impegno personale, sono favorevoli a un maggior ruolo dello stato nella redistribuzione del reddito, ma hanno anche meno fiducia nelle istituzioni pubbliche. E che le loro convinzioni, così alterate dalla giovinezza trascorsa in periodo di recessione, tendono ad accompagnarli per tutta la vita.

È possibile, concludono, che le esperienze che i giovani d’oggi stanno vivendo, ne facciano una generazione più avversa al rischio, più favorevole all’intervento dello stato, più fiduciosa nella redistribuzione, disponibile a pagare più tasse (un altro economista, Thomas Picketty, ha dimostrato che chi crede nel ruolo dominante della fortuna rispetto allo sforzo individuale è più disponibile a tasse più alte). In genere, c’è la possibilità che le esperienze di oggi tendano a influenzare il clima politico di domani e, in ultima analisi, le scelte dei governi.

Tutto il discorso, naturalmente, vale se si parte dal presupposto che i giovani siano toccati, anche psicologicamente, dalla recessione in corso. In un paese dove la massima aspirazione pare sia quella di fare le veline, o i tronisti, e sembra esserci un’intera generazione di giovani bellamente inconsapevoli di quello che accade intorno a loro, è possibile che non sia così.

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