RCS, DAL MAGGIORITARIO AL PROPORZIONALE

25 Giugno 2004, di Redazione Wall Street Italia

Se i giornali sono lo specchio del Paese, naturale che gli assetti
proprietari del suo quotidiano più diffuso, il Corriere della Sera, ne
riflettano le tendenze, comprese quelle del sistema elettorale così come
sono emerse anche nell’ultima tornata di voto. Sarà un caso, ma in Rcs
siamo passati da un sistema maggioritario (da una parte i Romiti,
dall’altra il resto della compagine più o meno smaniosa di
sbarazzarsene) a uno proporzionale.

Con i nuovi assetti la già nutrita
platea dei soci, pur essendosi ulteriormente allargata da 11 a 14, ha
sancito la fine del bipolarismo di cui sopra. Il risultato è che tra i
protagonisti del ribaltone ci saranno idee e aspirazioni diverse sul
futuro del gruppo, ma non tali, almeno per ora, da paventare la
creazione di blocchi contrapposti. Non ci sarà più, insomma, un Romiti
(padre e figlio) contro tutti. Certo un vantaggio, ma anche un possibile
svantaggio.

Perché, dietro la ritrovata armonia sulle ceneri della
vecchia gestione, da un governo – ovvero da un editore – non si può
prescindere. Partiamo dai vantaggi. Rcs non è Vodafone, cioè una public
company perfetta dove il solo padrone del manager è la sua capacità di
creare valore. Ma è comunque un gruppo assai composito in cui,
direttamente o indirettamente, il gotha del capitalismo italiano è
rappresentato tutto. Vittorio Colao, il nuovo amministratore delegato,
sa che con tanti galli nel pollaio la corporate governance dovrà
necessariamente enfatizzare il suo ruolo di capo-azienda.

La
prospettiva, nell’ipotesi per lui migliore, è quella del «tanti padroni,
nessun padrone». Il capitale di Rcs non riproduce il modello
anglosassone, ma una forma societaria abbastanza parcellizzata da
garantirgli comunque ampi margini di manovra. Ma c’è anche l’ipotesi
peggiore, che un manager navigato come lui non avrà mancato di
considerare. E cioè che, proprio perché nel salotto buono di Via
Solferino siedono tutti i più blasonati protagonisti dell’industria e
della finanza, ogni mutamento negli equilibri del sistema
inevitabilmente vi si ripercuota.

Cosa succederebbe, un giorno, se la
Fiat passasse di mano, se l’azionariato di Mediobanca, Intesa o Generali
dovesse mutare radicalmente fisionomia? Di tutte, questa appare per
Colao l’incognita più preoccupante. La filosofia di fare del Corriere
una stanza di compensazione dove gli echi dello scontro tra poteri forti
vengono miracolosamente tenuti fuori dalla porta è destinata a non
reggere. O, meglio, è finita con la sparizione della vecchia Mediobanca
e della contestuale centralità della Fiat, e degli uomini che ne erano i
garanti, Enrico Cuccia e Gianni Agnelli.

Né sembra un buon antidoto al
rischio di deflagrazione dei conflitti l’ecumenica moltiplicazione di
teste e poltrone – 11 nuovi soci in Piazzetta Cuccia, tre in Rcs – fatta
in molti casi più per tacitare delle recriminazioni che per obbedire a
una precisa visione strategica dei rapporti di forza. In una fase in cui
il capitalismo italiano sta cambiando pelle, difficile pensare che la
Rcs possa non subirne i contraccolpi.

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