QUEL CHE A SINISTRA NON HANNO CAPITO

13 Aprile 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – C’è qualcosa che manca
ancora, nell’analisi
di quei venti milioni
di voti andati al centrodestra
italiano. Qualcosa che va
ben al di là della battaglia
contro Berlusconi che torna
a impregnare le dichiarazioni
di Romano Prodi nel dopo
voto, come insegna e insieme
principio ordinatore
di un governo che egli intende
– è comprensibile – far discendere
assai più dalle proprie
volontà che dai partiti
dell’Unione.

L’antiberlusconismo
è stato e resta collante
potente. Il 48,9 % di voti dipende
in larga misura da
quello. Ma il 48,7% speculare
del centrodestra
non è affatto la difesa
della “roba” di Berlusconi,
né tanto meno la
lunga durata del rimbambimento
indotto
dalle sue tv. Quando nel
centrosinistra e nei
grandi giornali che le
sono vicini la si pianterà
con questo topos,
sarà sempre troppo tardi.
Al contrario, per noi
poveri liberisti mosche
bianche, quella metà del
paese accorsa alle urne,
quel Nord che dal Piemonte
al Friuli torna a respingere il
centrosinistra, ha un significato
che suona come una incredibile
manifestazione di
vitalità, è un patrimonio di
valore straordinario.

Quel voto a noi poveri liberisti
dice grandi cose, se
solo se ne vorrà e saprà tenere
conto. E sarebbe bene che
anche il centrosinistra ci facesse
responsabilmente i
conti. Dice innanzitutto che
una straordinaria corsa alle
urne si è determinata proprio
grazie alla parole d’ordine
radicali delle ultime
settimane: niente affatto la
difesa della “roba” personale
di Berlusconi o di ricchi
panciuti con monocolo alla
Gorge Grosz, bensì in nome
di meno tasse, uno Stato più
leggero, un’impresa piccola
e media che non si riconosce
nelle rottamazioni di Stato e
nelle deroghe al pensionamento a spese dei contribuenti
garantite ai grandi
gruppi che si sono ripresa
due anni fa Confindustria.
Un enorme ceto medio che
identifica lo Stato con la
qualità dei servizi
offerti in cambio
delle tasse estorte, non
con il numero di posti pubblici
garantiti nella scuola,
nelle università e negli ospedali.

Gente che ha anche
molto poco, ma crede che
l’ascensore sociale si attivi
premiando il merito e consentendo
alle famiglie di
scegliere tra più offerte in
concorrenza a prezzi calanti
e non a tutela dei monopolisti,
dal gas ai telefoni
all’energia, e voucher alla
mano per dare i soldi
pubblici a chi lo merita,
dalla scuola ai reparti
ospedalieri pubblici e privati
in concorrenza.
I numeri dicono, sia pur
risicatamante, che Prodi non
ha commesso un errore,
puntando i piedi sulla tassazione
di Bot e plusvalenze e
sull’imposta di successione
nelle due ultime settimane
di campagna elettorale. Il
suo è stato un arrischiato
calcolo razionale: la somma
di chi paga più imposte vince
quella di chi ne paga meno, e
ha puntato a farne coalizione
promettendo ai primi di
alzare il prelievo ai secondi:
vedi l’innalzamento dell’aliquota
sulle obbligazioni
pubbliche e private, oppure
dei contributi agli autonomi
e parasubordinati rispetto ai
lavoratori dipendenti.

L’altra
metà netta del paese che
si è mobilitata contro, il
Nord che è tornato a votare
dal Piemonte al Friuli dall’altra
parte, non è la reazione
di milioni di burattini berlusconiani:
è la volontà
di battersi
perché laddove lo
Stato prende in
maniera disomogenea
tra lavori e
cespiti diversi, allora
bisogna lavorare
ad abbassare
il prelievo più alto
verso quello più basso, e non
viceversa. E’ l’enorme serbatoio
per una grande battaglia
a favore della scelta degli
individui e del mercato,
contro le collettività e la mano
pubblica: è un mercato richiesto
non a vantaggio di
chi ha già di più, ma per moltiplicare
le chanche di chi ha
di meno. E’ la battaglia per
più reddito e consumi di chi
pensa che sia logico e naturale,
che chi organizza il
consenso dei dipendenti
pubblici e delle grandi imprese
collusive si batta per
avere più denaro pubblico
da spendere. Ma pensa invece
che solo levandogliene di
mano, costruisce per sé e per
i propri figli una società in
cui si sceglie di più e meglio
dal basso, piuttosto che collettivamente
dall’alto.

Continuare a tenere acceso
il motore della speranza
di questo grande sogno liberista
sta a tutti noi che la
pensiamo così e che non
stiamo in politica. Non so se
i politici del centrodestra saranno
all’altezza di questa
nuova ondata di speranza riposta
in loro, dopo che nei
tre anni precedenti, tra traccheggiamenti
e lotte intestine,
l’avevano copiosamente
delusa. Anzi, per molti versi
ne dispero: Berlusconi se li è
dovuti scrollare di dosso e
tornare a dar retta sulla tasse
a Tremonti, nelle due ultime
settimane, per la chiamata
alle urne poi riuscita. Ma i
Formigoni e i Casini e i Fini
di testa ne hanno: quel 50%
li obbliga non solo stare insieme,
ma a ragionare di fino.
Oltretutto, slogan e
obiettivi per individuo e
mercato non significano affatto
una politica avventurista
e istituzionalmente irresponsabile,
a scanso
di equivoci.

Non è la filibusta
liberista, quel che
serve. Ma una gravità
occidentale
indisponibile a
trattare sui principi,
anche se magari
gradualista nelle
soluzioni visto che l’Italia
sta come sta.
Una cosa è sicura: per
noi liberisti impolitici, c’è
molto da fare. Articoli, libri,
conferenze, opuscoli. Iniziative
con le imprese che sono
fuori dal circuito della grande
collusione monopolista di
Stato. Confronti serrati con
quella – più ampia di quel
che si creda – parte del sindacato
che ha capito da anni,
che il vecchio modello
non tiene.E anche parlare in
questi stessi termini ai tanti
amici che abbiamo a sinistra
e che continueremo a stimare
qualunque cosa avvenga:
perché quella metà dell’Italia
parla anche a loro, e se lo
ricordino ogni volta che in
un provvedimento di governo
dovranno scegliere tra la
via di Tony Blair e quella di
Tony Benn.

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