QUANDO SI INCEPPA IL MOTORE DEL NORD EST

23 Febbraio 2009, di Redazione Wall Street Italia

*Giuseppe Turani e’ editorialista di La Repubblica. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Sotto le ceneri del Nord Est cova il fuoco. E se non si sentono ancora le urla della Lega è solo perché è al governo, e allora contro chi dovrebbe gridare? Sta accadendo che oggi il Nord Est è l´area italiana che probabilmente soffre di più a causa della crisi bancaria. In passato gli istituti di credito (soprattutto i due maggiori) avevano investito molto in questa zona e avevano finanziato moltissime aziende piccole e medie.

Da quando, però, è cominciata la crisi, si sono fatte molto prudenti e di fatto non erogano quasi più niente. E questo per due ragioni molto sensate (ma letali). Da una parte sono le stesse banche che hanno guai finanziari e quindi sono un po´ nell´impossibilità di aiutare le imprese nei guai. Dall´altra parte, gli stessi istituti fanno notare che in momenti di crisi come questi erogare il credito diventa un´arte difficile: la possibilità di dare soldi a gente che sta già andando all´aria non è solo teorica, ma molto concreta. E quindi ci vuole doppia prudenza.

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Il risultato è che il Nord Est, una volta coccolato, vezzeggiato, inseguito dalle nostre maggiori banche, oggi è diventato una sorta di terra maledetta, di landa infestata da tipi poco rassicuranti e da imprese di dubbia solvibilità. E, poiché non si vedono soldi, finisce che molti escono dal mercato, chiudono bottega, licenziano, se ne vanno.

Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, il Nord Est (fino a un anno fa orgoglio italiano, esempio proposto a tutto il paese) si sta spegnendo. C´è il rischio, insomma, che questa crisi faccia più danni di quello che sembra. Per quanto riguarda il Nord Est non è vero, insomma, che si torna al 2006 (come livello di reddito complessivo): forse si torna indietro di una decina d´anni. A prima che iniziasse il grande miracolo di quelle terre.

Lo stesso rischio, peraltro, incombe sull´intera economia nazionale e sul suo sistema manifatturiero (in crisi in tutto il mondo, come è noto). Se infatti fino a qualche settimana fa si parlava ancora della crisi come di qualcosa che, comunque, sarebbe finito nell´estate, con la ripresa prevista per l´autunno, oggi i pareri cominciano a divergere. Questo scenario, in fondo rassicurante, di una «crisi a tempo» (giugno-luglio, seguita dalla ripresa delle attività), non convince più nessuno. E si fa strada l´idea che ci vorrà ancora del tempo.

In sostanza, si diceva, si perde l´1 per cento del Pil nel 2008 e il 2 per cento nel 2009, poi si riparte. Ma sembra che non sia così. Questa crisi è di stoffa più resistente.

In America il nuovo presidente è lì da un mese, ha rovesciato miliardi di dollari sul sistema, ma ogni settimana scompaiono più di 600 mila posti di lavoro. Insomma, a andare in crisi si fa presto, ma tirarsene fuori è un altro paio di maniche.

E anche per l´Italia cominciano a girare pronostici piuttosto inquietanti. Uno dei più severi, fra le decine visti fino a oggi, è contenuto in un report di Unicredit e parla di un calo del Pil italiano del 3 per cento nel 2009, e già questa è una cosa grossa. Ma non è tutto. Nel 2010 non c´è una grande ripresa, ma soltanto un aumento del Pil dello 0,4 per cento, poco più di niente. In sostanza, dopo la crisi profonda del 2009, dobbiamo aspettarci almeno un anno di stagnazione.

La disoccupazione, che all´inizio del 2008 era il 6,6 per cento, nell´arco di questi due anni di crisi secca continuerà a crescere e si porterà alla fine del 2010 vicino al 9 per cento (che è una quota alta anche per un paese come l´Italia che con la mancanza di lavoro ha una lunga consuetudine).
Il debito pubblico italiano, che nel 2008 era pari al 106,1 per cento del Pil, nel 2010 arriverà al 112,8 per cento. Anni e anni di risparmi, di Finanziarie e di sacrifici buttati nel cestino della carta straccia.

Queste cifre sono solo stime, ovviamente. Ma basta guardarsi intorno per vedere che hanno tutta l´aria di risultare abbastanza realistiche, se non addirittura un po´ troppo positive rispetto a quello che può accadere davvero. Ma il punto su cui tornare è sempre lo stesso: questa crisi ha messo in ginocchio le banche, ma adesso le banche stanno massacrando il sistema produttivo, le imprese manifatturiere, cioè una realtà di cui l´Italia non è poi ricchissima.

Il problema, per chi governa, si fa quindi più complicato. Non basta salvare le banche e evitare così il panico dei risparmiatori, bisogna anche mettere in condizioni le banche di erogare del credito e di farlo assumendosi anche qualche rischio. Oggi, con una congiuntura così devastata, fare il banchiere stando «sul sicuro» non è possibile. D´altra parte, non si può nemmeno immaginare di lasciare migliaia di aziende (piccole e medie) senza un sistema bancario funzionante alle spalle.

Per essere ancora più chiari. Chi non si sente in grado di fare il banchiere, in questo momento, deve avere il coraggio di dirlo e di farsi da parte. O qualcuno glielo deve dire. E alle autorità spetta il compito di trovare il modo di tornare a erogare del credito. Altrimenti finiamo davvero tutti in un buco nero.

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