QUANDO LA CURA E’ PEGGIORE DEL MALE

12 Luglio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Quando critichi questa manovrina-stangatina che nel 2005 dovrà
inevitabilmente trasformarsi in una manovrona-stangatona, ti senti
obiettare:
c’era forse una soluzione alternativa? Siete in grado di proporla? Coraggio,
fuori la proposta.

In realtà sì, c’era una soluzione alternativa; c’erano molte soluzioni
alternative, ma c’era soprattutto una premessa alternativa: non bisognava
arrivare a questo punto, non bisognava imboccare tre anni fa questa politica
economica e finanziaria dissennata, fondata su presupposti miracolistici
inesistenti e ingannevoli. Se una persona è debole di cuore o di polmoni e
se
la si cura per tre anni con salassi e fanghi caldi riducendola uno straccio,
è poi difficile rimetterla in piedi dallo stato di prostrazione in cui è
precipitata. Il medico ha sbagliato fin dall’inizio e invece di guarirlo
rischia di ammazzare il suo paziente.

La cura Tremonti è stata esattamente questo: quando l’esperto fiscalista fu
insediato sulla poltrona di Quintino Sella, la finanza e l’economia italiane
erano state da poco dimesse dall’ospedale. Erano tornate in buona forma e
facevano rispettabile figura tra i dodici paesi dell’euro e tra quelli del
Gruppo dei Sette. La finanza pubblica era tornata solida, la cura Ciampi
aveva
risanato il bilancio, le partite correnti registravano un consistente
attivo.

L’altissimo debito pubblico ereditato dalla gestione del decennio
Forlani-Cossiga-Spadolini-Craxi-Andreotti era stato fermato ed era
cominciata
una virtuosa tendenza discendente. Inflazione e tassi d’interesse erano
tornati alla normalità. La lira infine era stata convertita nella moneta
europea comune. A questo punto, per legittima volontà del popolo sovrano, la
barra del timone cambiò mano e passò all’accoppiata Berlusconi-Tremonti.
Cominciò una fase radicalmente nuova. L’economia italiana e i suoi
operatori,
risparmiatori, contribuenti, furono lusingati e indotti a comportarsi
sconsideratamente: la pace sociale fu stracciata, la concertazione abolita e
relegata tra i ferri vecchi, il sindacato umiliato e incattivito. L’asse
della
politica economica fu spostato di 180 gradi, l’opera di risanamento
abbandonata.

La conseguenza fu che le entrate rallentarono il passo, il fabbisogno si
accrebbe e con esso aumentò il livello del debito pubblico. Ma poiché
l’impegno era stato quello di arrivare ad una generale e radicale
diminuzione
della pressione fiscale, cominciando soprattutto a liberare gli spiriti
animali dei ceti più ricchi, si ebbe come conseguenza che il finanziamento
del fabbisogno di cassa e del disavanzo di competenza furono affidati ai
condoni, alle vendite dei cespiti di patrimonio, alle anticipazioni bancarie
sulle entrate future. In tempi di vacche magre ed anzi magrissime si
scommise
sul futuro facendo apparire un presente roseo che in realtà aveva colori di
tutt’altra natura.

Perciò la domanda: esiste una alternativa alla stangata di oggi, è mal
posta. La risposta è l’antico monito che s’impartisce a chi è stato bocciato
agli esami: “Oportebat studuisse”, bisognava aver studiato.

* * *

Allo stato in cui è arrivata la finanza italiana, con un rapporto
deficit/Pil
ormai oltre la soglia del 3 per cento, valutato al 3.5 dalle maggiori
istituzioni di analisi internazionali e addirittura oltre il 4 nell’anno
venturo, è evidente che una manovra sulla spesa e sulle entrate fosse
indispensabile.

L’assurdo consiste nel fatto che ancora nel maggio scorso il “premier” negò
perfino l’ipotesi di una qualsiasi operazione di bilancio e il suo ministro
dell’Economia fu del medesimo avviso. Va bene che gli italiani sono
scordarelli, ma c’è un limite. La frase “i nostri conti vanno benissimo” è
stata detta addirittura da Berlusconi e dal suo “doppio” Tremonti ancora nel
giugno e ancora la sera prima che il ministro dell’Economia si dimettesse.

Quando il nostro “premier” divenuto anche ministro interinale dell’economia
è
tornato dalla riunione dell’Ecofin di lunedì scorso, sembrò – stando ai
resoconti televisivi della Rai e di Mediaset – che tornasse vincitor come il
Radames dell’Aida. Marcia trionfale. Accordo completo a Bruxelles. Conti in
perfetta regola come avevano sempre predicato e conclamato i Tremonti, i
Bondi, i Cicchitto, gli Schifani.

Ma che cosa in realtà era accaduto all’Ecofin e che cosa è stato
formalizzato venerdì dal Consiglio dei ministri? Era accaduto che il premier
aveva assunto l’impegno in una assise internazionali a realizzare entro
dieci
giorni una manovra da 7,5 miliardi di tagli di spesa e di aumento di
entrate.
E questo è stato formalizzato nel decreto di venerdì. Dunque era
completamente falso che i nostri conti andassero bene. I conti andavano male
anzi malissimo e continuano ad andar male anzi malissimo anche dopo la
manovra
realizzata in modo insufficiente e sbagliato.

Il benestare dell’Ecofin non entra nel merito ed è motivato semplicemente
dal
fatto che in ogni caso abbiamo per ora evitato di superare la soglia del 3
per
cento.

L’abbiamo evitato attraverso provvedimenti depressivi che frustano un
cavallo
anemico per indurlo a correre come fosse il destriero di Orlando. Ma non è
il
destriero di Orlando, è un ronzino sfiatato che avrebbe avuto bisogno di ben
altre cure e questa è l’amara verità che tuttora continua a non venir detta
al paese da quel raggruppamento politico che, come ha detto salacemente il
governatore del Lazio Storace, si è trasformato in un “Casino delle
libertà”.

* * *

Sono stati tagliati 1 miliardo e 250 milioni di euro di incentivi alle
imprese. L’80 per cento di questo taglio riguarda imprese operanti nel
Mezzogiorno. Ma quel che è peggio non è soltanto il taglio alla legge 488 e
ad altre provvidenze incentivanti, ma il blocco imposto alle erogazioni del
ministero delle Attività produttive. Doveva erogare 1 miliardo e 750 milioni
ma ora tutto dovrà slittare al 2005 insieme ai bandi di concorso delle
imprese e a 45 mila posti di lavoro previsti. Le regioni più colpite sono
Campania, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia.

Un altro dei capitoli della manovra è l’aumento delle imposte su
assicurazioni, banche, fondazioni, per 1300 milioni di euro che si
riverseranno inevitabilmente sui costi dei servizi (polizze, interessi sui
prestiti, etc.).

Infine i 2 miliardi di euro che dovranno venire anche da vendite di immobili
dello Stato riaffittati dallo Stato stesso costituiscono un’operazione
basata
anch’essa su un’assurdità. Si aggravano le spese correnti per pagare i
canoni
di affitto e le si alleggeriscono vendendo cespiti patrimoniali. Con un
debito
pubblico ai livelli enormi che conosciamo le vendite di cespiti patrimoniali
dovrebbero essere mirate a ridurre lo stock del debito e non le spese
correnti. Risulta francamente incomprensibile l’adozione di un criterio di
questo genere.

Ciò che tuttavia non è stato chiarito al pubblico consiste nel fatto che le
misure strutturali contenute nella manovra riguardano il secondo semestre
2004. Taglio di spese e aumento di imposte si ripeteranno inevitabilmente
raddoppiate nel 2005 mentre la parte non strutturale della manovra (vendite
di
cespiti patrimoniali e rinvio nelle erogazioni dei ministeri) dovranno
essere
rimpiazzate con altri tagli e altre imposte.

Domenica scorsa scrissi che per mantenere nel 2005 il rapporto deficit-Pil
entro la soglia del 3 per cento sarebbe stata necessaria un’altra manovra da
due punti di Pil. Quella attuale è di un punto scarso e depurata dai 2
miliardi di una tantum scende a mezzo punto. Ci attende dunque nel 2005
un’altra stangata di oltre 20 miliardi di euro. Ecco i primi esiti d’una
gestione che ci ha portato sull’orlo del disastro finanziario.

* * *

C’era, sì, l’alternativa ed era quella di adottare fin dall’inizio misure di
sostegno dei redditi familiari e di incentivare i crediti al consumo e alle
imprese. Era il solo modo per rilanciare la domanda in una fase
congiunturale
depressa, migliorando per questa via sia la dinamica del Pil sia, di
conseguenza, il rapporto deficit-Pil.

Questa strada non è preclusa anche se il ritardo nell’imboccarla dopo tre
anni di dilapidazione delle risorse la rende oggettivamente più difficile.

L’idea di un fondo rotativo finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti è
positiva se verrà adottata rapidamente e affidata alla gestione del sistema
bancario, senza peraltro che ciò giustifichi ulteriori tagli agli incentivi
a
fondo perduto.

Non ci sono scorciatoie in politica economica, né miracoli. Sono tre anni
che
ripetiamo questi suggerimenti di buona amministrazione. Quello che manca
oggi
non sono le idee né gli esempi. Mancano nella gestione delle pubbliche
finanze persone come Ciampi, Andreatta, Visco. Si vede. Eccome se si vede.

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