QUANDO GLI ITALIANI LO FANNO MEGLIO

28 Giugno 2003, di Redazione Wall Street Italia

Non è facile investire in Europa, la Borsa oscilla, il listino tecnologico del Nasdaq europeo è stato chiuso per mancanza d’interesse, il mercato degli immobili è in declino. Ma, scrive John Plender sul Financial Times, c’è un’eccezione: l’effervescenza dell’immobiliare italiano.

Negli anni passati in grandi città come Milano e Roma si è costruito poco. Così per gli edifici di qualità elevata la domanda tende a superare l’offerta. Ma questo dato è a sua volta il segno che in queste metropoli, a differenza che, ad esempio, in alcune grandi città della Germania, c’è un notevole sviluppo economico.

Diversamente, la domanda edilizia di famiglie e imprese non si sarebbe intensificata. Accanto alla richiesta domestica, il Financial Times indica l’afflusso internazionale: 3,7 miliardi di euro d’impieghi immobiliari europei e americani in Italia nel 2002, contro i 900 milioni nel 2001.

Tutto ciò, dice il quotidiano inglese, perché l’elezione di Berlusconi a premier è stata percepita dagli operatori come un’indicazione di stabilità governativa che ha ridotto il rischio dell’investimento. Fra le ragioni dell’interesse per il mercato immobiliare italiano, il Financial Times indica anche la politica del governo di privatizzazioni di edifici di proprietà pubblica, attuata mediante le cosiddette cartolarizzazioni, cioè l’anticipo allo Stato dei proventi da parte di banche specializzate come Citigroup, che emettono obbligazioni garantite da tali proprietà.

Questa politica, che serve al governo per ridurre il debito pubblico, ha posto sul mercato una larga offerta edilizia da riconvertire, in attesa che venga quella di nuove costruzioni. Anche in Italia le conseguenze del rallentamento economico europeo si stanno facendo sentire, calmierando il rialzo dei prezzi degli immobili.

Ma il quotidiano finanziario indica un terzo fattore a favore del nostro mercato edilizio, il regime fiscale per i fondi d’investimento in immobili. Questi fondi sono entità trasparenti: non pagano imposte proprie, in aggiunta a quelle sugli immobili e sui risparmiatori, che ne percepiscono i proventi. Il FT, non uso a elogi all’Italia, questa volta ne ha profusi molti e ha consigliato a Parigi e Berlino di seguire il nostro esempio.

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