QUANDO ESPLODE
IL MALCONTENTO

13 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Milano di nuovo ferma senza preavviso. L´impotenza dei cittadini opposta all´oltranzismo del sindacalismo selvaggio, per una comune presa di coscienza che qualcosa si è rotto nella gran macchina della città, nella civile convivenza delle classi.

Ecco anche da noi gli effetti di una rivoluzione sociale e mondiale che va sotto i vari nomi, di Reagan, della Thatcher, del globalismo ma che in buona sostanza ha messo fuori uso i metodi e i mezzi della mediazione che diede vita allo stato sociale. Con le reciproche accuse, i reciproci danni, i reciproci autolesionismi.

Ieri mattina a Milano circolavano una decina di automezzi, una linea della metropolitana, la tre, solo per un breve tratto e per poche ore; i tram chiusi nei depositi in parte bloccati dai sindacati di base anche se il prefetto lo smentiva. E del resto i blocchi non erano necessari, più del venti per cento dei tranvieri si era messo in malattia.

E ancora lo spettacolo impressionante, preoccupante di una grande città paralizzata, di una modernità impotente: code di ore alle stazioni dei taxi, posteggi inusabili, scuole semivuote, uffici e aziende incapaci di programmare la giornata di lavoro, riunioni caotiche in prefettura, alla azienda tranviaria, in comune, opposti proclami di intransigenza in una di quelle congiunture drammatiche in cui tutti hanno ragione e tutti torto ma ogni ragionevole accordo risulta impossibile.

Quali sono le ragioni delle istituzioni tradizionali, prefettura, comune, sindacato, associazioni industriali e dei commercianti, e in genere le amministrazioni? Bisogna rispettare le regole, il diritto di sciopero è fondamentale nella democrazia ma deve rispettare le forme, prima fra tutte quella della informazione di quanti devono subirlo.

Si sa, anche i sindacati devono saperlo, che uno sciopero del trasporto pubblico in una grande città coinvolge tutto l´hinterland, l´intero Paese e il mondo perché ogni giorno da ogni parte di Italia e del mondo c´è gente che arriva nella grande città per i più diversi motivi e quando ci arriva trova il blocco, il caos.

Ne deriva un gravissimo danno anche per le istituzioni: un sindacato che contratta con lo Stato e con i privati in modo che ritiene equo e comunque possibile e poi viene smentito e magari sbeffeggiato è un sindacato esautorato. Si ripetono in condizioni mutate, meno traumatiche, le contraddizioni che segnarono gli anni Venti, quel sindacato nazionale che aveva perso il controllo delle masse operaie, quella reazione fascista che giocava sui disordini per imporre il suo ordine e anche, come oggi, gli eventi internazionali.

La situazione certo è diversa, la società italiana ha anche molto da perdere da una grande sovversione e il fascino delle ideologie si è offuscato, ma confusione e incertezza si diffondono.

Il sindacalismo che blocca le città senza preavviso è selvaggio ma non incomprensibile, è la punta dell´iceberg del malcontento dei ceti medi e bassi che negli ultimi anni hanno subito bastonate continue: prima la deregulation di un capitalismo internazionale anarcoide che ha combattuto dovunque lo stato sociale, le conquiste dei lavoratori, i loro diritti; poi un cambio della moneta che, casuale o premeditato, ha decurtato il potere di acquisto dei ceti popolari e una politica interna che ha sistematicamente perseguito i privilegi e le impunità dei potenti, le cui riforme della scuola, dei trasporti, dell´urbanistica, dei pubblici servizi sono risultate regolarmente un premio ai ricchi e un taglio ai poveri.

Queste mutazioni complesse, questi portati delle rivoluzioni tecnologiche e manageriali che la gente fatica a seguire per gli autoferrotranvieri milanesi si sono riassunti e come scolpiti in una cifra, quella del loro salario di poche centinaia di euro, da guadagnare anche con un aumento della produttività, con una rinuncia a pause sacrosante, con orari di lavoro spossanti.

Ne è derivato nell´opinione pubblica milanese, anche della Milano ricca, un misto di scontento per l´abuso subito ma anche di cattiva coscienza per una condizione di lavoro iniqua e per la sua irrazionalità: proprio nei giorni in cui una metropoli ha la misura di quanto sia importante, necessario, indispensabile il trasporto pubblico dopo i trionfalismi di quello privato, proprio allora nega un equo salario a chi lo fa funzionare e ricorre a discipline produttive che ricordano le fabbriche galera del Novecento.

Dicono: l´azienda tranviaria milanese difende il merito, eccezionale in Italia, di chiudere in attivo i suoi conti. Ma lo Stato non esiste apposta per sostenere i servizi di pubblica utilità a cui non sono sufficienti le tariffe?

Nel Paese leader del capitalismo, gli Stati Uniti, un privato spesso splendido si contrappone a un pubblico grigio e spesso indifferente ai bisogni. Vogliamo rinunciare al pubblico decente e spesso ammirevole che fu costruito nella Milano dei decenni passati e vivere in una città sempre più invivibile? Vogliamo restare senza trasporto pubblico nelle città italiane per investire migliaia di miliardi in grandi opere faraoniche o in una politica estera del vorrei ma non posso?

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