PUBBLICHE RELAZIONI E PRIVATE UMILIAZIONI

12 Aprile 2004, di Redazione Wall Street Italia

La società dei servizi non sceglie i migliori ma i peggiori: seleziona i servi e li promuove e anche li onora con centinaia di premi a leccastivali e voltagabbana.

Il dubbio è che la società dei servizi produca soprattutto dei servi e che le telecomunicazioni fulminee abbiano sempre meno da comunicare. Leggo sui giornali di servizio le biografie dei nuovi direttori di aziende, quasi tutti degli sconosciuti incompetenti ma raccomandati. Nel giornalismo, professione di mia competenza, arrivano al vertice i selezionati dai fogli aziendali, cioè da scuole della propaganda e dell’imbonimento assai più che della buona scrittura e della notizia.

Che ha fatto il nuovo e sin qui sconosciuto capo di un grande quotidiano? L’inviato di guerra? Il buon cronista? L’esperto di economia e di finanza? È uscito dalla Bocconi? Ha studiato alla Normale? Niente di tutto ciò. Ha lavorato nell’ufficio stampa di un sindacato, poi è passato alle pubbliche relazioni di una grande azienda o alla segreteria di un partito, dove ha fatto il portaborse di un leader politico.

Che libri ha scritto? Nessuno, salvo qualche opuscolo ad uso dei padroni. Che ne sa della buona informazione? Niente, ma sa bene come ci si muove fra i potenti. La vittoria elettorale del centrodestra, ha promosso in massa i redattori di fogli semiclandestini trasferendoli nelle televisioni nazionali, nelle radio, nei grandi quotidiani. La società dei servizi non seleziona i migliori, ma i peggiori: seleziona i servi, li promuove e anche li onora. Si contano a centinaia i premi di giornalismo che distribuiscono diplomi e soldi a leccastivali e a voltagabbana di cui ci si dovrebbe vergognare.

La società delle pubbliche relazioni cresce come società delle relazioni mediocri. Le televisioni, le radio e gran parte dei giornali sono a un livello penoso perché dirette dai peggiori: il cattivo gusto dominante non è casuale, ma l’effetto della cattiva dirigenza, basta guardarli i direttori generali o di rete in prima fila a uno dei tanti festival nazional-popolari. Gli spettacoli sono di loro gusto, si scompisciano alle scene più volgari, si crogiolano alle adulazioni più indecenti, si mostrano sorridenti e soddisfatti invece che nascondersi.

In questa società dei servizi il piacere di servire si massifica e si esibisce. Giorni fa a Milano c’è stata una cena elettorale per Gianfranco Fini, il leader di Alleanza nazionale per decenni chiuso nel ghetto del Msi. Erano in mille a festeggiarlo a 500 euro a testa: mille della buona borghesia rampante, gli stessi che andavano alle feste di Craxi, la Milano da bere, il terziario avanzato. C’era tutto lo stato maggiore della moda, c’era anche la Vanoni quella del Piccolo teatro e di Brecht, c’erano direttori di giornali e di reti. Perché Fini è un navigatore a vista della politica, uno che è nato dalla repubblica sociale di Salò, dal mussolinismo crepuscolare filo nazista, ma che ora ne parla come del ‘male assoluto’.

Ma che importa? È un potente, può farti avere delle sovvenzioni statali, dei posti, delle spinte. A volte ci si chiede se i favori e i servizi della società dei servizi siano davvero apprezzabili. A volte mi capita di riconoscere fra i cortigiani e portavoce di Berlusconi dei vecchi colleghi dell”Europeo’ o del ‘Giorno’, agitati, sudati, preoccupati, nella calca di guardie del corpo e di presenzialisti.

È stata davvero una buona carriera, non erano meglio i tempi in cui ci provavamo a fare del buon giornalismo anziché navigare fra le menzogne e le gaffes? Ci sarà anche la lode del tempo perduto, la nostalgia degli anni verdi, ma c’è anche il fatto, la constatazione, che questa società dei servizi e delle pubbliche relazioni ti paga di più con le umiliazioni che con le soddisfazioni.

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