PROVOCAZIONI:
AL TORO PIACCIONO
I TITOLI DA RICCHI

14 Marzo 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Prezzi del petrolio alle stelle. Fiducia dei consumatori in ribasso. Tasso di risparmio degli americani ai minimi storici e record del deficit commerciale e della bilancia dei pagamenti. Questi quattro pezzi del puzzle dell’economia globale non fanno dormire di notte gli analisti più pessimisti, secondo cui la situazione è insostenibile e prima o poi il mondo precipiterà nella crisi finanziaria e nella recessione. C’è chi lo predica da quattro anni e non capisce perché il crollo non sia già avvenuto.

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Una spiegazione semplice e tranquillizzante ce l’ha Ajay Kapur, responsabile delle Strategie azionarie globali di Citigroup, con 12 anni di esperienza sui mercati asiatici, che conosce da vicino essendo indiano con Mba della Delhi university. «La plutoeconomia è la chiave di lettura dell’attuale scenario globale – spiega Kapur -. Afferrato questo concetto, si può smettere di preoccuparsi di quei dilemmi e anzi seguire una strategia d’investimento ispirata dal “dominio della ricchezza”, ottenendo molto più della media della Borsa». Un paniere di 24 azioni della «plutoeconomia», dalle italiane Bulgari e Tod’s all’americana Tiffany, dal 1985 ha reso in media il 17,8% l’anno, 7,3 punti percentuali più dell’indice S&P500.

Kapur parte dall’osservazione che negli Stati uniti, in Gran Bretagna, Canada e Australia la plutoeconomia esiste da 20-30 anni: l’economia è trainata dalla domanda dei ricchi, diventati sempre più ricchi grazie a un trattamento fiscale favorevole e al boom del valore dei loro patrimoni, in Borsa, nel mattone e in altri impieghi. «La ricchezza netta del 10% più ricco degli americani equivaleva a 7,4 volte i loro redditi annui nel 2001 ed è cresciuta a 8,4 volte nel 2004, ultimi dati disponibili con l’inchiesta della Fed sulle finanze dei consumatori – cita Kapur -. I ricchi sono in ottime condizioni ed è normale che abbiano un livello di risparmi molto basso».

Kapur fa l’esempio di un amministratore delegato che possiede 1 miliardo di dollari in azioni dell’azienda per cui lavora e guadagna «solo» 1 milione di dollari l’anno: è ovvio che spenda più del suo salario. Oltre ai top manager pagati con stock-option, i nuovi ricchi dell’attuale plutocrazia sono i geni dell’high-tech diventati imprenditori e in generale coloro che beneficiano della globalizzazione.

La spesa dei ricchi sostiene i consumi, non importa se la benzina è più cara e se l’umore dei meno abbienti non è così ottimista. «Ma non è vero che parallelamente i poveri diventino sempre più poveri – puntualizza Kapur -. Anzi, i poveri di oggi hanno uno stile di vita comparabile a quello della classe media di un po’ di anni fa. Inoltre nel Paese plutocrate per eccellenza, gli Usa, i poveri pensano sempre di poter diventare ricchi un giorno: la controprova è che una larga maggioranza di americani vuole l’abolizione delle tasse di successione, anche se non ha patrimoni tassabili. Nei sistemi dove non sono percepiti ostacoli a diventare ricchi, alla gente non importano le diseguaglianze sociali».

L’alto livello dei consumi e quello basso dei risparmi dei ricchi americani sono una causa del profondo rosso della bilancia commerciale e dei pagamenti. «Un non problema, nè a breve nè a lungo termine – secondo Kapur -. E c’è un precedente storico a confermarlo. Dal 1870 al 1914 il mondo era già globalizzato, con i capitali che si spostavano dalla Gran Bretagna verso l’America dove finanziavano l’industrializzazione. In tutti quegli anni la Gran Bretagna ha registrato un deficit della bilancia dei pagamenti pari al 7-10% del suo Prodotto interno lordo, ma giustamente nessuno era preoccupato degli “squilibri globali”. È naturale, in un mondo capitalistico, che i capitali vadano alla ricerca dei migliori impieghi, non importa se all’estero. Se a fine ‘800 era l’America che attirava risorse, oggi sono India e Cina che assorbono i maggiori investimenti da tutto il mondo».

Azzerate le angosce sugli effetti catastrofici degli squilibri globali, si può scommettere su quelle società quotate che vendono beni e servizi ai plutocrati, perché hanno un buon controllo dei prezzi dei loro prodotti, per i quali la domanda è crescente. Le preferite dagli analisti di Citigroup sono le case del lusso Lvmh (Moët, Hennessy-Louis Vuitton) e Richemont (Cartier, Piaget, Baume & Mercier, Alfred Dunhill, Montblanc) e la boutique svizzera d’investimenti Julius Baer. «Ma per sfruttare il tema della plutocrazia – precisa Kapur – è bene diversificare su tutto il paniere».

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