PROFUMO
FA IL NECROLOGIO DI MILANO E DELLA FIAT

15 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Metti un dopocena con Alessandro Profumo, che di solito parla pochissimo di politica e attualità. E’ successo giovedì sera in una tavola rotonda molto densa, organizzata da quattro associazioni di trentenni milanesi di area Margherita e Ds (Ideura, Ossigeno a Milano, Cominciamodacapo e Milano20e30). Tema: il futuro di Milano, neanche a dirlo. Un argomento forse inflazionato ma di certo non scontato quando a parlarne è un signore che di mestiere fa il banchiere a tutto tondo e si chiama Alessandro Profumo (molto acuto anche l’altro relatore, l’urbanista Stefano Boeri, direttore di Domus). Già.
E com’è Milano per l’ad di Unicredit?

Molto in chiaroscuro, in realtà, perché «Milano non è più il laboratorio d’Italia da tempo. Lo è stato fino alle ultime giunte socialiste, primi anni novanta, poi stop». Basti dire che in questo governo ci sono 6-7 ministri milanesi e lombardi, «una rappresentanza mai avvenuta prima, eppure Milano è fuori da qualsiasi agenda di governo. Manca all’Italia». Peggio. «Le vicende recenti della Scala dimostrano che non è più nemmeno la capitale culturale del paese». E sapete perché? «Perché non ha un’identità. Non esiste un progetto di città». Manca la missione, «che solo la politica può dare». Ecco, la missione. E quale potrebbe essere quella di Milano? «Dovrebbe essere quella di una città aperta all’Europa, porta di uscita e entrata non solo su questa ma anche su altri mondi».

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Inciso, incalza Profumo: «Più che difenderci dalla Cina, forse dovremmo capire come portarcela in casa…». Magari sfruttando davvero la nuova Fiera come «motore di cambiamento non solo economico della città allargata». E qui il banchiere s’interroga: «A proposito: c’è stato un dibattito su cosa farne della Fiera?» No. «E sulle otto università cittadine in rapporto solo episodico con il mondo dell’impresa e dell’economia?» Nemmeno. «Così come non si viene volentieri a lavorare in città dall’estero perché le famiglie dei ricercatori, dei professori, dei businessmen, degli ingegneri e via elencando, non ci stanno bene, non gli viene garantita la qualità della vita che trovano a Parigi, Londra o Madrid». E questo è un impoverimento devastante.

Insomma, quella di Profumo davanti ai trentenni ambrosiani, non è una conta strettamente finanziaria, anzi. «Resto convinto – dice – che mobilitare risorse senza progetti è un controsenso e sono soldi sprecati» (Malpensa docet). E qui torniamo alla mancanza di vision di cui parlava all’inizio. Che serve al big boss di Unicredit per allargarsi sul sistema Italia e non farsi invischiare troppo nel totosindaco che da qualche giorno lo vede protagonista sui giornali. E soprattutto a tirare qualche schiaffo superpartes a certi luoghi comuni e certi slogan, «buoni solo a raccattare qualche voto in più».

Ad esempio quando dice che «flessibilità e solidarietà si possono e si devono tenere insieme, a partire proprio da Milano; che il mercato significa regole, non assenza, e che ci vogliono le Authority che le facciano rispettare davvero; che liberalizzare e ampliare il mercato è il miglior modo per garantire equità; che bisognerebbe chiedersi se in Italia ci sia davvero capitalismo, visto che i mercati non funzionano perché non si fanno rispettare le regole». Cultura, questa, che «a sinistra non è particolarmente forte, e nel centrodestra ancor di meno».

E poi, mettendo i piedi nel piatto dell’attualità economica, dazi sì dazio no, made in Italy et similia, «attenti ad impiccarci all’idea delle tipicità – continua il banchiere – o del prodotto made in Italy fatto per forza a Milano perché non esiste un criterio dirigista con cui si stabilisce per decreto che una cosa va fatta qui o là», anzi: «dobbiamo produrre cose migliori a prezzi minori rispetto ai concorrenti, solo così torneremo a crescere». Il dirigismo non va bene. «A furia di proteggere le industrie», queste muoiono o vanno in sofferenza, «guardate il caso Fiat».

Chiudendo poi con una battuta che dice tutto, davanti a una platea di trentenni o giù di lì che chiedono più spazi dentro ad una società tremendamente gerontocratica: «Ho letto – ridacchia – che i candidati alla successione di Micheal Howard, in Inghilterra, sono tre giovani tories tra i 31 e i 34 anni…». Il tutto raccontato in modo sempre molto algido, ma anche attento a non nascondere una certa passione civile. «E invece, se fosse lei il sindaco, dottor Profumo, quali sarebbero le prime tre cose che farebbe per Milano?», domandano dal fondo della sala. «Sindaco? Non sono sindaco, che volete, io faccio il banchiere…».

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