PROFUMO, BANCHIERE GUASTATORE

16 Settembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

*Paolo Madron e’ il Direttore di Panorama Economy.

(WSI) – Cosa vuole Alessandro Profumo, fare la rivoluzione? Davvero
l’amministratore delegato di Unicredit pensa che Mediobanca debba
rinunciare alle sue due partecipazioni storiche, le Generali e il
Corriere, per fare solo il suo mestiere di banca? L’idea sconvolge i
poteri forti, che si lambiccano a capirne le ragioni. Il fatto è che, da qualche tempo, il banchiere di piazza Cordusio sta prendendo a picconate i presupposti ideologici e le consociative logiche dello «zero virgola»
cui obbediscono i salotti buoni.

Ha cominciato con la Rcs, rifiutandosi
di sedere in una platea che per non scontentare nessuno sembra la sala
d’aspetto di un aeroporto. Ancora prima, era uscito dalle Generali,
tenendosi sì i diritti di voto ma ricuperando i soldi sborsati per il
blitz che, via Trieste, determinò l’uscita di Vincenzo Maranghi. Di
recente, l’annuncio della inevitabile conversione del prestito Fiat che
ha spiazzato i concorrenti. Adesso, prima l’elogio delle banche
straniere al meeting di Rimini poi l’affondo su Piazzetta Cuccia, temi
che preannunciano roventi manovre d’autunno. In compenso, Profumo
incassa il plauso dei giornali stranieri che lo gratificano con
l’appellativo di banchiere puro, finalmente deciso a rompere quelle
enclave che piacciono poco al mercato.

Ora il problema non è tanto
capire perché lo fa, ma perché proprio adesso che il contesto di
restaurazione non sembra essergli favorevole. Coperti dall’oblio i
barattoli Cirio e i cartoni di Parmalat, tramontata l’idea di una
riforma del risparmio che togliesse a Bankitalia il controllo sulla
concorrenza, rimessa in sesto alla bell’e meglio l’attuale maggioranza
dopo i bagliori di crisi, il prodiano Profumo sembra essere
irrimediabilmente solo.

Allora cos’è il suo, un esercizio di masochismo
o il cascame del pentimento per un’operazione, quella sulle Generali,
dei cui risultati in cuor suo si duole? Premesso che sottoscriviamo in
pieno il suo rifiuto a farsi invischiare nei rituali di chi preferisce
le consorterie alla bontà dei numeri, le ipotesi si sprecano. Potrebbe
essere, molto semplicemente, che il banchiere si fida di se stesso e
della forza del suo istituto. Che cioè il fatto di aver costruito la più bella e redditizia banca italiana lo abbia convinto di poter prescindere dalla logica degli schieramenti e delle appartenenze cui obbedisce anche l’establishment finanziario.

E magari, visto che il potere di Antonio
Fazio è oggi comunque meno granitico, pensare a una grande integrazione
che possa prescindere dalla tela che il governatore e Cesare Geronzi
stanno intessendo. Oppure, ed è l’ipotesi più maliziosa, che il suo sia
l’investimento di uno che è convinto che gli attuali assetti politici
siano destinati inesorabilmente a cambiare e che quindi occorra sin da
ora smarcarsi.

Ma, pur non essendo un politico, Profumo non dovrebbe
fidarsi troppo delle virtù taumaturgiche dell’Ulivo come propugnatore di un’autentica riforma liberale che apra il capitalismo e i mercati alla
vera concorrenza, invece che ingessarli in una estenuante battaglia di
schieramenti. A meno che, e non ci sarebbe nulla di male, quella riforma non ambisca a guidarla lui.

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