PRODI VOLEVA
LA SUPERHOLDING DELLE RETI

15 Settembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Una superholding controllata dalla Cassa depositi e prestiti e affidata alla guida di Franco Bernabè, in cui far confluire le grandi reti infrastrutturali del Paese, Telecom compresa. Questa la vera posta in palio nel braccio di ferro tra il governo e Marco Tronchetti Provera.

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Ed è proprio sull’ipotesi di rinazionalizzare gli asset strategici del Paese, con la conseguente uscita di scena del manager dal business della telefonia fissa, che si è consumato lo strappo. Il progetto immaginato da Palazzo Chigi e affidato allo studio Vitale & Associati avrebbe dovuto portare alla nascita di un colosso borsistico da almeno 20 miliardi di capitalizzazione (7 miliardi di Snam rete gas, oltre 4 di Terna e circa 10 della rete Telecom, al netto del debito).

Secondo quanto risulta a Finanza & Mercati, il piano costitutivo della nuova società si trovava da tempo nel cassetto del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. E il dossier Telecom messo a punto dal consigliere politico-economico di Romano Prodi, Angelo Rovati, che prevedeva lo «spin-off e quotazione successiva del gruppo con partecipazione di controllo da parte della Cassa depositi», ne era evidentemente un tassello fondamentale.

Non è un caso che il governo si sia mosso proprio subito dopo il fallimento delle trattative tra Tronchetti e Rupert Murdoch, che avrebbero permesso di creare un terzo polo alternativo a Rai e Mediaset, ostacolando però il progetto della superholding. Una partita che in qualche modo avrebbe inciso anche sull’operazione Auto-Abertis, alzando la tensione nei rapporti tra il governo e la società di Ponzano Veneto.

Tra le ipotesi sul tappeto, infatti, vi era quella di far entrare in seno alla Cdp anche la rete autostradale. Tensione salita alle stelle nella vicenda Telecom, con il governo che ha mal digerito la marcia indietro di Tronchetti. Per il manager, del resto, il piano del governo sarebbe stato uno schiaffo troppo forte e avrebbe comportato sicuramente la sua uscita di scena. Un boccone reso ancor più indigesto dalla scelta di Palazzo Chigi di affidare la regia dell’intera operazione proprio a Franco Bernabè, l’ex ad di Telecom che si oppose strenuamente all’Opa lanciata da Roberto Colaninno nel 1999, e ora in pole position per prendere le redini della Cassa depositi e prestiti.

L’operazione «Reti italiane holding», peraltro anticipata sabato scorso da Borsa & Finanza, non sembra raccogliere consensi in tutta la maggioranza («Non bisogna compromettere il futuro industriale di Telecom con disarticolazioni, vendite e pubblicizzazioni», ha detto ieri il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani), ma è fortemente sponsorizzata da Prodi. Il progetto messo a punto dai tecnici del governo per riunire sotto un unico cappello gli asset strategici del Paese sarebbe articolato in tre tappe: la realizzazione di un’apposita holding nella Cdp; il trasferimento in tale società delle reti Terna, Snam, Telecom e Autostrade; l’accorpamento delle reti sotto il tetto di un’unica holding controllata dalla Cdp; la quotazione della holding in Borsa.

A livello industriale, spiegano fonti vicine all’Economia, potrebbero essere ricavate sinergie significative per quanto riguarda la manutenzione e la gestione dei rapporti con gli enti locali, elemento quest’ultimo che spesso è causa di ritardi rilevanti. Vista dal lato dell’investitore (vale a dire la Cdp), una superholding avrebbe il vantaggio di mettere insieme diverse tipologie di attività con un basso profilo di rischio e un rendimento stabile nel tempo. Un biglietto da visita che certo non spiacerebbe alle Fondazioni bancarie, principali azioniste della Cassa. E che potrebbe convogliare nel capitale dell’ipotetica Superholding anche un nucleo di soci privati del calibro di Generali, già presente nel capitale di Terna.

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