PRODI SCRICCHIOLA MA SILVIO NON RIDE

19 Settembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

*Vicedirettore Finanza&Mercati. Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Caro direttore, la vicenda Telecom è un mistero buffo, ma non sarà Dario Fo a darcene la chiave questa volta, perché Berlusconi non ne è parte in causa. Per questo è meglio che ce ne occupiamo a modo nostro e in piena libertà rispetto agli interessi dominanti.

Ieri sono brillati nel cielo della telefonia tre altri fuochi d’artificio. Angelo Rovati s’è dovuto dimettere da consigliere di Romano Prodi, ma il dante causa cioè il premier ha continuato a tacere, riservando le sue preziose parole al presidente dell’Iran, quel bravuomo tanto equilibrato secondo il quale la Shoah è una pura invenzione, insomma Ahmadinejad. Comunque, Prodi si becca la prima ammaccatura.

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Il secondo mortaretto ammacca invece la controparte: perché il nuovo presidente di Telecom, il professor Guido Rossi che Tronchetti Provera ha indicato al suo posto per poter meglio far argine alla politica e alle banche, ha dovuto far buon viso alla richiesta venutagli dalla politica di mollare la poltrona di supercommissario della Federcalcio, che oggi passerà a Vito Gamberale, ex grande manager di telefoni anche lui, che da due mesi ha mollato i Benetton in disaccordo sulla fusione italospagnola per Autostrade.

La terza è solo una stella cometa ancora lontana, che forse però nei prossimi giorni potrebbe ingrandirsi in cielo e illuminare la via di Betlemme, la nascita cioè di un nuovo gruppo di controllo in Telecom. Ma andiamo per ordine. Su Rovati, è presto detto. L’uomo a me sta francamente più simpatico che antipatico. Ma il fatto che egli sia il collettore di risorse finanziarie di Prodi certo non aiuta il premier a dissipare l’atmosfera di inciucio affaristico, e a respingere l’accusa di indebita e colossale interferenza sul mercato. Rovati ha lamentato che Tronchetti Provera lo ha deluso, perché ha rivelato al Sole 24 ore i dettagli del memoriale che egli gli aveva inoltrato da Palazzo Chigi.

L’accusa è francamente paradossale, visto che la nota emessa giorni prima da palazzo Chigi, direttamente dettata da Prodi, annunciava a tutto il mondo la cessione di Tim Brazil da parte di Telecom, e i particolari delle trattative private che Tronchetti aveva avuto con General Electric e Time Warner, tutte cose assolutamente sconosciute al mercato, e che non spetta certo a un governo rivelare. Il protagonismo e le critiche a sinistra Quel che conta non è il sacrificio di Rovati.

Ma il fatto che Prodi inizia ad accusare le critiche a voce bassa che vengono dai Ds e dalla Margherita, insospettite dal suo protagonismo tutto personale quando si tratta di dossier aziendali, da Autostrade alla Telecom, passando per Alitalia e Ferrovie. Inizia a scricchiolare la catena tutta personale di comando che Prodi ha messo in piedi, aggirando per primi i partiti della sua maggioranza, catena incentrata su Daniele de Giovanni e su sottosegretari come Massimo Tononi, ex banchiere d’affari.

Su Guido Rossi, invece, c’è molto più da dire. Formalmente, da neopresidente Telecom non era incompatibile con lacarica di castigamatti del calcio. Ma Telecom-Tim sono inserzionisti di prima grandezza del campionato, insomma non era molto elegante restare col piede in due staffe. Soprattutto quando si è passata tutta la vita a predicare contro il conflitto d’interesse endemico ed epidemico che graverebbe sul capitalismo italiano.

Ma, a proposito di conflitto d’interesse, che veste ha davvero Rossi alla guida di Telecom? È lì come avvocato del principale azionista, per rappresentarlo verso le autorità, politiche, di regolazione, giudiziarie? O piuttosto è lì a nome di tutti gli azionisti a cominciare dai piccoli, bistrattati per anni con un titolo sempre più in discesa? È lì come tramite con le banche, che da sempre hanno dettato tempi e modi della vicenda Telecom? È vero per esempio, che la fusione San-Intesa obblighi i due istituti sulla via di diventare uno a rientrare dagli affidamenti a Telecom, perché l’esposizione sarebbe superiore al massimale di rischio per una sola banca? Non è una domanda irrilevante.

La verità è che il colpo di Bazoli e di Prodi, San-Intesa appunto, è stato un sasso lanciato nello stagno italiano destinato ad alimentare ancora molte ondate. Da due settimane nessuno se ne occupa più, ma non bisogna dimenticare che i dubbi del Santander e dell’Agricole non sono risolti. Che l’Antitrust dovrà pronunciarsi, sull’eccesso eventuale di concentrazione in materia assicurativa e di asset management fatto dalla somma di Eurizon e Generali. Che Bazoli ha un patto per il quale dovrebbe dare il 65% della Eurizon torinese ai francesi di Agricole, e che i torinesi sono pronti a insorgere con le baionette per impedirlo.

Insomma l’enorme boccone di San-Intesa ha fatto aprire gli occhi a molti, banchieri e politici, che oggi non sono tanto pronti ad assistere ad un bis prodiano sul dossier telefonico. Quanto a Tronchetti, approfondiamo un po’ la sua situazione. Ieri una collega di Finanza&Mercati, Sara Bennewitz, si è fatta due conti. La presidenza di Guido Rossi svela una realtà abilmente sottaciuta. Tronchetti Provera non è affatto il primo azionista di Telecom. Perché lui personalmente possiede il 61% di una scatola (la Gpi) che ha il 52% di una scatola (Camfin) che ha il 25,5% di una scatola (Pirelli) che ha l’80% di una scatola (Olimpia) che a sua volta ha il 18,6 % di Telecom. A conti fatti Tronchetti, a parte una manciata di stock option, possiede direttamente solo il 2,3% della società. Se si sottrae il debito sopportato da ognuna delle dette finanziare, la sua partecipazione scende all’1% o poco meno.

I primi azionisti del gruppo di telefonia sono altri: la famiglia Benetton, che sul totale del capitaleTelecom ha il 3,72% attraverso Olimpia, e lo 0,74% attraverso Pirelli. Eppure né Gilberto Benetton né Gianni Mion hanno mai ricoperto un ruolo esecutivo nel gruppo. Perché i Benetton delegano la gestione delle società agli amministratori che fanno quello di mestiere, in Autogrill e Autostrade, ma anche nell’azienda che porta il loro nome.

Rossi spianerà la strada ai Benetton

Tra i predecessori di Tronchetti, Roberto Colaninno è a capo di una finanziaria, acquista nel 2002 direttamente da Marco Tronchetti Provera, che da sola capitalizza quasi quanto la Camfin. Lorenzo Pelliccioli, che guida gli investimenti della famiglia De Agostini, ha fatto della Lottomatica (un’altra ex partecipazione del gruppo di tlc) un colosso da 5 miliardi di capitalizzazione.

A distanza di 5 anni dall’avvento di Tronchetti, con una Telecom che ha più debiti di allora e vale meno della metà, Colaninno e Peliccioli sono stati tanto capaci di creare valore da piccole aziende satellite dell’ex monopolista, Tronchetti Provera è andato alle corde di distruggerne per Telecom. Per questo, con ogni probabilità Guido Rossi già oggi rappresenta assai più che Tronchetti i primi azionisti veri di Telecom, cioè i Benetton.

E con ogni probabilità il suo vero mandato non sarà affatto di cedere asset di Telecom, ma di provare di qui al 6 ottobre, quando le due residue banche presenti in Olimpia – tra cui Intesa di Bazoli – dovranno uscire da Olimpia – a “pilotare” in Olimpia una crescita in grande stile dei Benetton stessi, e magari dei Drago che con Pelliccioli hanno fatto di De Agostini un gigante pieno di liquidità.

Alessandro Profumo e Cesare Geronzi sono molto interessati che sia la “loro” Mediobanca, a guidare la partita, non l’Intesa di Bazoli che ha ancora una bella indigestione da smaltire, e che è considerata troppo vicina alla Prodi-Bank che aspira tutto come carta assorbente. Ma è solo una previsione.

Ne vedremo ancora delle belle, tra premier ex liberalizzatori a parole e di fatto statalisti, nemici dichiarati del conflitto d’interesse a cavallo però di mille selle, capitalisti indebitati che non vogliono perdere la faccia, Rcs in un angolo pronta a essere coinvolta, banchieri che diffidano della maxi banca appena nata, freschi spodestati di autostrade e vecchi protagonisti di Mani Pulite come Di Pietro. Un ultimo fischio: Berlusconi stai attento. Tra loro, son tutti divisi. Ma, contro Mediaset, son tutti uniti.