PRODI CI RIFILA UN’ALTRA BUGIA: MENO TASSE

11 Gennaio 2008, di Redazione Wall Street Italia

Meno tasse per le famiglie, dice Prodi mettendo d’accordo i ben 13 partiti e i 38 leader presenti ieri al vertice del centrosinistra. E come si realizza, il “meno tasse per le famiglie”? Alzando il prelievo dal 12,5% al 20% degli interessi maturati sui Bot. Come se non li avessero in mano le famiglie, i titoli del debito pubblico con scadenza a soli 18 mesi. La sinistra la chiama “armonizzazione sulle rendite finanziarie”. Perché la parola “rendite” evoca immediatamente obesi miliardari e finanzieri calvi col monocolo alla George Grosz.

In realtà, è una tassa sul risparmio della povera gente. Abbassare le tasse alzandole è roba da tassassassini. Naturalmente, non fa più testo la pila di smentite che nei mesi passati lo stesso Prodi aveva diramato, contro l’intento di alzare al 20% l’aliquota sugli interessi di titoli di Stato, obbligazioni bancarie e societarie, sui dividendi resi da partecipazioni societarie non qualificate, e sulle plusvalenze generate dal risultato maturato di gestioni patrimoniali e fondi comuni, come sul risultato dei singoli che acquistino o vendano da soli BoT e CcT. Ne ho la scrivania piena, mentre scrivo.

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A febbraio, marzo, aprile, giugno, e ancora il 24 agosto 2007, all’indomani di una tonante conferenza tenuta da Luca di Montezemolo a Cortina, dove il presidente di Confindustria disse che «dovrebbero vergognarsi quei politici che con questi chiari di luna e dopo tutti questi aggravi fiscali senza tagli di spesa, ancora se ne escono con la proposta di aumento delle tasse sulle cosiddette rendite finanziarie».

Smentite le smentite

Ogni volta, anche quel 24 agosto, Prodi disse che quella proposta c’era sì nel programma elettorale del centrosinistra, ma mai e poi mai sarebbe stata adottata sotto l’incalzare della sinistra antagonista, o tanto e solo per incassare nuove risorse aggiuntive. Ora Prodi ha cambiato idea. Antonio Di Pietro ieri sera al Tg1 l’ha ammesso papale papale, com’è solito fare lui. «Non so dire se fosse più per la paura di andare a casa o perché ci sentivamo tutti più buoni dopo le feste, ma ieri il vertice con Prodi è stato da tutti giudicato condiviso e condivisibile». Sì, deve essere proprio così. È per la paura di andare casa, che Prodi si è convinto a questa nuova tassa sin qui rinviata.

Vediamo quali sono, i due pilastri sui quali il centrosinistra fonda la sua pretesa sui BoT. La prima è, appunto, l'”armonizzazione”: perché a fianco di questa aliquota del 12,5% che abbiamo descritto, fino ad ora è invece del 27% quella che grava invece sugli interessi maturati in conti correnti, depositi bancari e postali, nonché sulle obbligazioni con scadenza inferiore ai 18 mesi. Bene, ma perché l’armonizzazione deve avvenire alzando l’aliquota più bassa, invece che abbassando quella più alta?

Ed eccoci alla seconda ragione. L’Europa, naturalmente: come sempre, mito salvifico della sinistra quando si tratta di alzare le tasse. Ma l’Unione europea non ha alcuna competenza in materia di fiscalità, con l’eccezione dell’Iva. La sinistra però ripete fino a noia che la “media europea” del prelievo su interessi e dividendi sarebbe appunto il 20%, e dunque è lì che bisogna per forza andare. Naturalmente, non è vero. In Spagna, per dirne una, l’aliquota sugli interessi è del 15% in ritenuta d’acconto. Sui dividendi, idem, sempre al 15% è l’ali quota, a titolo di acconto. E anzi c’è un bel credito d’imposta del 40% per i dividendi “domestici”, di fonte interna.

E, sulle plusvalenze, sempre del 15% è l’aliquota su attività detenute per oltre un anno, mentre per titoli o compravendite realizzati in meno di un anno la tassazione è quella, progressiva, inclusa nel reddito imponibile generale del soggetto. Al contrario, le aliquote sulle attività finanziarie vanno stabilite avendo bene a mente la loro consistenza, i loro andamenti, e il contributo che danno all’econo mia generale del Paese. Siamo stati la peggior Borsa d’Europa, nel 2007, con un secco meno 7%. È il caso di penalizzarla ulteriormente? Dovremmo attirare capitali esteri sui titoli italiani, pubblici e privati. È il caso di mirare all’effetto opposto, aggravando il fisco? Quando vogliamo capire che il fisco non è affatto una spada livellatrice per realizzate l’eguaglianza tra redditi e talenti diversi, ma al contrario uno dei più straordinari strumenti attraverso i quali ogni giorno i Paesi più competitivi attirano miliardi di maggiori risorse, con aliquote più basse e ordinamenti meno oppressivi rispetto ai loro concorrenti?

Prodi, fino alla scorsa estate, più volte disse che in ogni caso anche se si fosse un domani innalzata l’aliquota al 20%, sarebbero stati esclusi i cosiddetti “BoT delle vecchiette”. Peccato che sia impossibile.

Primo: se non si comprende l’innalzamento di aliquota anche sui BoT, l’effetto compensato delle diminuite entrate sui conti bancari e postali rende il gettito totale ottenibile di sole poche centinaia di milioni di euro, non dei 2, 3 o addirittura 4 miliardi sognati dalla sinistra antagonista.

Secondo: significherebbe tornare alla nominatività dei titoli del debito pubblico, visto che bisognerebbe poterli attribuire con certezza alle persone fisiche comprese in questa o quella soglia di reddito annuale stabilita dal governo per l’esenzione dall’aumento. Terzo: significherebbe complicare dannatamente l’intero mercato dei titoli pubblici, nel caso in cui l’aliquota più alta si applicasse non su tutti i titoli già in circolazione ma solo su quelli di nuova emissione, con l’effetto che il loro stock complessivo si troverebbe a essere distinto in durate e regimi di tassazione vieppiù diversi. Con l’effetto generale di scoraggiarne la sottoscrizione. Cioè l’esatto opposto di ciò a cui un Paese con debito al 104% del Pil dovebbe puntare.

Quarto: in caso di distinzioni fiscali per soglie di reddito, l’Unio ne Europea partirebbe in maniera automatica con una procedura d’infrazione. Può bastare, come elenco delle contraddizioni della misura annunciata dal premier?

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Il rastrello delle risorse

Dovrebbe bastare. Ma non basterà. Perché Prodi ha bisogno di rastrellare tutte le risorse possibili, visto che non se la sente di dire ai sindacati che le maggiori retribuzioni che tutti giustamente invocano dovrebbero venire da una quota assai maggiore di salario contrattata in azienda in cambio di più produttività. No, questo significherebbe rompere con la Cgil e la sinistra radicale.

Dunque, meglio un’altra stretta al Grande Fratello fiscale. Che piace tanto alla sinistra, quella stessa sinistra che legge poi compiaciuta ieri il paginone dedicato da Repubblica al decalogo su come nascondersi alla sorveglianza ossessiva che ci deriva da videocamere urbane, telefonini sempre accesi, bancomat e carte di credito. E perché il Grande Fratello fa tanta paura nella vita di ogni giorno, se poi invece per il fisco lo si invoca come la Madonna ausiliatrice?

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