PRODI
E’ UN CANDIDATO
DA BUTTARE

27 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Quando il gioco si fa duro, tocca sempre ai Ds giocare la mano decisiva. E’ ovvio che sia così. Sono il partito cardine di tutte le alleanze possibili nel centrosinistra. Sono un po’ come la Francia in Europa: se dice no, salta tutto, se dice sì contano anche gli altri. Finora il gruppo dirigente dei ds, da quando è guidato da Fassino, si è sempre mosso con prudenza e misura, avendo una sola stella polare: essere la forza più coalizionale, ciò che fa bene alla coalizione fa bene anche a noi. Ma ora lo slogan non vale più: bisogna prima decidere se «coalizionale» vuol dire stare con Prodi contro Rutelli o con Rutelli contro Prodi. Al momento, tertium non datur.

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Per questo ci rivolgiamo oggi ai Ds, il cui dibattito interno si preannuncia molto animato. Per decidere che fare, devono prima decidere che cosa è più coalizionale. E per deciderlo devono provare ad uscire dallo scontro di personalità, dal gioco delle ripicche, dallo spirito di vendetta che sembra prevalere nell’animus del centrosinistra. Devono dunque chiedersi, razionalmente e pacatamente, se serve e a che cosa serve la lista ulivista senza la Margherita che propone Prodi. Come ogni buon azionista di maggioranza di una società, devono fare un calcolo costi-benefici. Li aiuteremo formulando alcune domande e abbozzando qualche risposta.

1) La lista di Prodi serve a fare, un giorno, il partito unico riformista? Si può escludere, l’ha escluso lo stesso Prodi l’altra sera, dicendo che non gli è mai passato per la testa. E se pure gli passasse per la testa è ormai escluso che possa essere davvero unico o davvero riformista, perché la Margherita ha già detto che non ci sta. Il partito riformista era un bel premio alla carriera per gli eredi del Pci italiano, e valeva qualsiasi sacrificio. Ma non c’è più sul tavolo.

2) La lista di Prodi serve a fare il timone riformista della coalizione? Si può ragionevolmente rispondere di no. Il timone, infatti, così viene spezzato in due parti, i riformismi diventano due, e anche l’un contro l’altro armati.

3) La lista di Prodi serve ad assicurare stabilità alla futura maggioranza di governo, se il centrosinistra vince? E’ la ragione che ha addotto esplicitamente Prodi, ma sembra francamente difficile pensare che ci possa essere più stabilità in una guerra quotidiana con la Margherita. Si può anzi prevedere che la stabilità del futuro ed eventuale governo Prodi sarebbe in quel caso minata da un problema in più: le Rifondazioni diventano due, una all’estrema sinistra e l’altra all’estrema destra dello schieramento.

4) La lista Prodi serve a ridurre la frantumazione partitica del centrosinistra e a dargli un nocciolo duro di dimensioni sufficienti a trattenere la forza centrifuga dei satelliti? Anche qui, è difficile dare una risposta positiva. La lista Prodi, seppure imbarcasse Sdi, Di Pietro e Verdi, sarebbe comunque più piccola della Fed, e decisamente meno coesa. E’ altamente probabile che, dopo il voto, ognuno torni a farsi i suoi gruppi parlamentari (come è avvenuto nelle regioni dove si è andati con la lista unica). Inoltre la lista Prodi provocherebbe un’altra scissione (quella dei prodiani della Margherita). Dunque la frammentazione crescerebbe.

5) La lista Prodi serve a tirare la testa fuori dalle urne, come ha chiesto ieri Montezemolo e come spera tutta l’Italia che lavora e che arranca? Tutt’altro, consegnerebbe il centrosinistra a un anno di competizione di sigle e su sigle, e renderebbe molto più difficile scrivere un programma di governo concordato tra i principali partner dell’alleanza.

6) La lista Prodi serve a risolvere il problema di Romano Prodi, che non vuole essere un candidato premier senza un partito di riferimento, senza una lista in cui candidarsi, perché pensa che questo sia l’anticamera di un fallimento certo nell’azione di governo, degradandolo da premier con pieni poteri a ostaggio di una rissosa e variopinta assemblea di segretari di partito? Qui la risposta è decisamente sì. La lista Prodi risolve il problema personale di Prodi, che è serio e profondamente politico, ma che è personale perché nasce dalla natura particolare e anomala della sua candidatura.

Dunque i Ds devono decidere se eliminare il proprio simbolo, non più per il progetto per il quale avevano avuto il via libera dal congresso, ma per un altro progetto; se andare allo scontro con la Margherita; se ospitare nel proprio elettorato e nei propri collegi la squadra dei prodiani, per risolvere una volta e per tutte l’anomalia della candidatura Prodi, annettendola o facendosene annettere.

Questa è la situazione. Ci sarebbe una via d’uscita alternativa, e sarebbe quella di cambiare candidato premier, magari con uno che venga direttamente dai ds, al quale la Margherita possa concedere qualcosa in più di quel che ha concesso a Prodi. Ma questa via è paradossalmente la più temuta dai Ds, perché produrrebbe una lacerazione interna anche più dolorosa: una gara tra Fassino e Veltroni sarebbe per loro più esplosiva della gara tra Prodi e Rutelli.

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