PRIMI SCRICCHIOLII SUL MERCATO DELL’ARTE CONTEMPORANEA

17 Ottobre 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Il primo test sul mercato l’ha affrontato
un giovanissimo signore
di 87 anni che pensa ad aprire un
nuovo ciclo della sua straordinaria
carriera di collezionista: Marino
Golinelli, bolognese, veterano
dell’industria farmaceutica anche
nel biotech, fondatore di Alfa Wasserman.
È stato lui, venerdì 13 ottobre,
a inaugurare la stagione delle
aste londinesi al 25 di Aubermarle
Street, sede di Phillips de Pury, lo specialista
dell’arte contemporanea.
Il risultato? Per i primi 138 lavori all’asta (su un
totale di 266 da «battere» entro novembre) Golinelli
ha incassato 5 milioni e 54 mila sterline (8 milioni abbondanti
di euro). Poco di più della base d’asta, (una
forbice tra 3.384.000 e 4.850.000 di sterline) a conferma
che la crisi dei mercati finanziari ha frenato la bolla
dell’arte contemporanea. Ma, Golinelli, che ha festeggiato
il compleanno due giorni prima, brindando
con gli amici e la moglie Paola all’ombra dei dipinti,
ha dimostrato ancora una volta il fiuto del vero scopritore
di talenti.

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Sentite un po’. «Questi soldi -rivela al sito Exibart.
com – serviranno all’acquisto di altre opere d’arte.
Ho una grande curiosità per gli artisti dei Paesi
emergenti: indiani, coreani, cinesi. Sono attratto dalla
loro maniera di tradurre in opere la realtà fisica, i sentimenti
e i problemi della società civile attuale». E così
prendano la via dei musei o dei nouveaux riches i vari
Hirschchorn, Byrne, Carroll Dunham, Munari o Paola
Pivi o gli stessi Gilbert & George, «romanzieri» realisti
sulla tela delle miserie della Londra degli hedge
funds, ancora forti del successo della mostra di primavera
alla Tate Gallery. Porte aperte alla Cina, dunque.

Con un’avvertenza: fare affari all’ombra del Drago
non è più facile come un tempo. L’inizio, il week end
scorso, delle aste londinesi ha segnato la staffetta tra
Ovest ed Est. Bastano poche cifre: Damien Hirst, l’artista
vivente più quotato, deve accontentarsi di
270.000 sterline (al lordo delle commissioni) per Leprosy
un’opera del 2003 valutata alla vigilia non meno
di 300.000 sterline. È vero che si tratta di un pannello
di mosche spalmate di resina ma Jay Jopling, il gallerista
che ha comprato un altro Hirst per 180.000 sterline(
Wretched War, scultura di donna gravida messa all’asta
per 400.000) tra giugno e luglio aveva venduto
opere per 130 milioni di sterline senza tropo faticare.

E qel che capita ad Hirst, è successo a John Currim.
Martin Kippenberger per non parlare del sommo
Jean-Michel Basquiat (due invenduti per il genio maledetto
di Haiti) o, in un certo senso, per lo stesso Francis
Bacon: Study for the Study of the Human Body è
passato di mano a «soli» 7,2 milioni di sterline contro
un minimo, alla viglia, di nove.

La crisi, dunque, morde. Ma non ad Est. Il caso più
clamoroso riguarda Larry Warsh, un collezionista di
New York che non ha esitato a staccare un assegno da
780.000 sterline ( quasi 1,2 milioni di euro) per assicurarsi
un dipinto di Wang Guangy del 1996, dal titolo
«La grande critica: Coca-Cola». Anzi, pur di accumulare
tele sulla Cina, il nostro Warsh ha venduto tele di
Basquiat e di Keith Haring. Per carità, occorre guardare
con prudenza a queste ondate speculative. Nel nostro
caso, ad esempio, si scopre che a vendere è il suocero
di Warsh, un altro gallerista di New York,
Howard Farber, che nel 1996 aveva pagato 25mila dollari
per quel dipinto (il ricarico, insomma, è stato di 63
volte).

Ma tra i grandi compratori di arte cinese, accanto
a Golinelli, figura nientemeno che il baronetto
Charles Saatchi, il genio della pubblicità che tanta parte
ha avuto nella creazione del
mito della lady di Ferro, Maggie
Thatcher è che oggi figura
non solo tra i più potenti operatori
del mercato dell’arte, ma
anche come il promotore del
primo, più importante sito di
e-commerce dell’arte contemporanea,
con un magazzino di
6 5 . 0 0 0 o p e r e d a
comprare/vendere (dopo debito
abbonamento) con un semplice
click. Ebbene, sir Charles ha
venduto le sue opere tedesche
(Kippemberger, ad esempio)
con ottimi margini reinvestiti
in arte cinese, a partire dalle
Bloodline Series di Zhang Xiaogang (840.000 sterline).

Tutti pazzi per l’Oriente? Aspettiamo l’esito delle aste
di ieri e di stasera, quando da Christie’s, nel salone di
King Street, sfileranno Lucio Fontana, Giorgio De Chirico,
le nature morte di Giorgio Morandi o «Nero con
punti rossi» di Alberto Burri. Ma la tendenza sembra
ben definita, sulla base di regole ferree: il denaro, ai
tempi dell’economia globale, è una calamita formidabile
per l’arte. E la Cina, con i suoi 106 freschi miliardari
(erano 15, secondo Forbes, solo 12 mesi fa) è affamata
di acquisti.

La conferma? Alle ultime aste di
Sotheby’s e Christie’s gli americani, afflitti dal dollaro
debole, erano solo il 17% (contro il 30% di un anno
prima), contro il 25% di russi e cinesi, i più alle prime
esperienze. Per questo i mercanti d’Occidente fanno
incetta di arte cinese. Anche se il mercato, in mezzo
agli inevitabili bidoni, si muove soprattutto all’ombra
della Muraglia. Mecenati come Guang Yi, industriale
farmaceutico di Pechino e primo grande mecenate dell’arte
moderna cinese, sono destinati a far scuola. Così
come il Dashanzi Art District, Montmartre povera alle
spalle di Tien An Men (82 gallerie, 54 atelier in una
vecchia fabbrica). Dati i quattrini che circolano, subprime
o non subprime, è vietato aver paura della bolla.

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