Prima ancora di uscita euro va riformato sistema finanziario

18 Luglio 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – Fino a quando i settori produttivi strategici dell’economia “reale” continueranno ad essere governati da potenti “affaristi” gli interventi monetari e/o fiscali non potranno incidere in modo determinante sulla crisi per il semplice fatto che queste manovre, da sole, non sono in grado di spiegarla.

In questo senso, gli effetti dell’uscita dall’euro da parte di uno dei paesi aderenti possono essere concretamente misurati soltanto se si attua una riforma strutturale del settore finanziario che possa consentire l’effettiva destinazione delle risorse in favore del rilancio delle PMI ed un forte contrasto al potere spropositato delle multinazionali, che si avventurano in “casinò” finanziari, talvolta gestendoli, salvo poi addebitare il costo del “gioco d’azzardo” alla collettività.

Di sicuro non è possibile continuare con questa gestione della politica monetaria, incredibilmente orientata a salvaguardare gli interessi dei “padroni” delle banche. Sotto questo punto di vista il controllo democratico è pressoché assente.

L’elaborazione di possibili scenari sul destino dell’Europa richiede accurate analisi e notevoli passi in avanti rispetto al classico dibattito “austerità/investimenti”.

E’ tuttavia possibile fare delle proiezioni partendo da un assunto fondamentale. Quella che stiamo vivendo oggi è una crisi “di sistema” dove le contraddizioni sociali, politiche, economiche e finanziarie stanno assumendo la forma di uno Tsunami. La politica troppo spesso utilizzata per scopi “privati”, la finanza che si sostituisce all’economia svuotandola e radendo al suolo milioni di posti di lavoro, la moneta utilizzata per salvare gli istituti di credito che a loro volta chiudono i “rubinetti” alle imprese, quelle vere. La pubblica amministrazione vittima di sprechi, inefficienze e logiche clientelari.

In buona sostanza, la ricchezza viene assorbita dalle varie lobbies appoggiate da precise scelte politiche.

In questa Europa il ritorno alla sovranità nazionale diventa un passo necessario, ma se non si affronta il problema nell’ottica “di sistema” allora l’uscita dall’euro rischia di avere un effetto devastante sul destino delle nazioni più deboli che decidono di intraprendere tale scelta o che la subiscono a causa dell’evolversi degli eventi.

Lo spread, in fondo, misura la credibilità economica e politica di un paese rispetto ad un altro. Quanto più il sistema produttivo di una nazione risulta inconsistente tanto più lo spread sarà in balia di fluttuanti scelte finanziarie e speculative.

La crisi è dunque una scelta politica, e l’attuale leadership europea sta di fatto approfittando delle carenze strutturali del sistema economico e politico dal momento in cui piuttosto che cambiarlo, facendo pagare la crisi a chi l’ha generata, decide di presentare il conto ai cittadini pretendendo inoltre di invadere la sovranità nazionale mediante la realizzazione di alcuni accordi intergovernativi dai contorni “oscuri”.

Il sistema non regge più, e poiché la finanza dei poteri “forti” è intrecciata a livello comunitario (e più in generale internazionale), al punto che il crollo di un contesto finanziario nazionale è in grado di trascinare con sé gli altri paesi, l’unico modo per salvare i grandi centri di interesse e consolidare il loro potere consiste nel ridurre “alla fame” intere popolazioni. Questo scopo può essere raggiunto soltanto se si attua una unificazione politica che affianchi quella monetaria ed economica già in atto da diverso tempo. E’ chiaro che gli ultimi interventi, in particolare ESM e Fiscal Compact, rappresentano ulteriori tasselli di un piano strategico ampio e complesso.

L’austerity è il più importante strumento politico per il raggiungimento di tale obiettivo. Privando le imprese, le famiglie e la pubblica amministrazione di risorse si spinge verso la vendita delle attività produttive e dei beni pubblici in favore di chi possiede liquidità.

Probabilmente se questo disegno andrà a buon fine le lobbies internazionali inizieranno a rimettere liquidità nei (propri) territori.
L’unificazione monetaria ed economica non serve a molto se non si completa il “quadro” con quella politica mediante cui legittimare i “poteri forti” a sostituirsi apertamente agli stati sovrani.

In questa delicata fase storica, un passo importante è sicuramente la ratifica del trattato ESM per dei motivi già ampiamente espressi in precedenti scritti.
Essendo i Parlamenti nazionali della maggior parte dei paesi coinvolti favorevoli a questa organizzazione intergovernativa, l’unico ostacolo alla sua entrata in vigore è la decisione della Corte Costituzionale tedesca che potrebbe rimettere in discussione la politica espansionistica dell’intera Europa. Non è escluso che si possa aprire un simile scenario anche in Italia. In caso di esito negativo, la mancata attuazione dell’ESM potrebbe determinare nel brevissimo termine la fine dell’euro, e a questo punto si aprirebbero spazi non indifferenti per la realizzazione “democratica” nelle varie nazioni di alternative “di sistema” in grado di estirpare il “male” speculativo alla radice.

Per fare ciò è chiaro che occorre un cambiamento radicale dell’attuale rappresentanza politica nazionale, che da destra a sinistra sta agendo in favore del “governo delle banche”.

Lidia Undiemi è l’economista di Wall Street Italia. E’ in prima linea con WSI nella battaglia contro l’ESM e il Fiscal Compact.