PORTFOLIO: META’ CASH, META’ AZIONI

21 Aprile 2006, di Redazione Wall Street Italia

*Alessandro Fugnoli e’ lo strategist di Abaxbank. Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Alla base di tutto sta il fatto che Cina e Stati Uniti hanno non solo la voglia, ma il bisogno quasi disperato di crescere. La Cina ha problemi seri di consenso nelle campagne, protagoniste ogni anno di migliaia di rivolte sempre più dure. Deve crescere per tenere tranquilla e lontana dalla politica la classe media urbana e nello stesso tempo per redistribuire reddito verso i contadini. Gli Stati Uniti, dal canto loro, devono crescere per evitare di aumentare le tasse, per pagare una guerra, per stimolare gli investimenti necessari a restare un passo avanti alla Cina, per non diventare protezionisti e uccidere l’espansione globale.

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Questo bisogno di crescere bisogna intenderlo bene. A tutti piace crescere, ma non tutti sono disposti a darsi da fare per riuscirci. L’Europa, ad esempio, mette la crescita dopo i conti in ordine, dopo l’ambiente, dopo la salvaguardia dei diritti acquisiti. Il risultato
è che, secondo le stime del Fondo Monetario pubblicate oggi, dall’inizio del 2004 alla fine del 2007 la Germania sarà cresciuta in tutto del 4.8 per cento, gli Stati Uniti del 15.2 e la Cina del 44.4. Priorità diverse, risultati diversi.


Continuare a crescere comporta per Stati Uniti e Cina la necessità di continuare a collaborare molto strettamente pur in assenza di amore e, anzi, in un quadro di profonda rivalità strategica. Per il futuro prossimo il grande patto per cui la Cina finanzia gli Stati Uniti e gli Stati Uniti accettano di importare senza protezionismo i prodotti cinesi pagandoli con cambiali rimarrà in vigore. La Cina accelererà la rivalutazione del renminbi e terrà i tassi reali negativi. Gli Stati Uniti alzeranno i tassi, ma in modo da rimanere sempre leggermente dietro la curva ed essere così sicuri di tenere in vita l’espansione.

Alla Fed spetta un compito sempre più impegnativo. Si tratta di garantire una crescita del 3 per cento in un contesto di pieno impiego, di inflazione core crescente e con la necessità di svalutare il dollaro ogni volta che è possibile. Bisogna frenare, quindi, ma con l’obbligo di non scendere sotto una certa velocità. Meglio frenare in ritardo piuttosto che frenare troppo.

In questi giorni i mercati (quando non pensano all’Iran) festeggiano la presunta fine dei rialzi da parte della Fed. In realtà, se si analizzano i segnali e i messaggi, la Fed non dice, tout court, “adesso mi fermo”. Dice invece, testualmente, “fra poco mi fermo e poi resterò ferma a condizione che l’utilizzo dei fattori si stabilizzi”. In pratica, la Fed è disposta a fermarsi al 5 o al 5.25, ma non per sempre come pensa il mercato. Si ferma per essere sicura di non strafare, poi aspetta e guarda se la crescita continua. Se prosegue e se il tasso di disoccupazione non scende ulteriormente, allora continua a guardare. Se invece la disoccupazione continua a scendere, a fine estate o in autunno vedremo nuovi rialzi.

Il prezzo da pagare per continuare a crescere è costituito dalle materie prime sempre più care e, in generale, da un’inflazione che preme verso l’alto, pur senza uscire di controllo. L’inflazione uscirebbe di controllo solo se l’utilizzo dei fattori dovesse ancora salire, ma è proprio questo che la Fed vuole prevenire.

Uno scenario in cui la Fed, insieme con tutte le banche centrali, sta di proposito dietro la curva, ma di poco, è negativo per i bond e positivo per l’azionario e, come abbiamo detto, per le materie prime. Il tutto sarebbe già, di per sè, abbastanza complicato. Per i mercati si aggiungono però altri problemi.

Il primo problema è il carico speculativo che comincia a pesare su alcune classi di asset. Non solo petrolio, oro e materie prime, nell’ultimo periodo in inquietante crescita parabolica. Anche sull’azionario, sempre considerato al di sopra di ogni sospetto, si può cominciare a fare qualche insinuazione. Il sempre perfido Tom McManus di Bank of America nota ad esempio che il dividend yield sul Value Line 1700 è sceso al minimo storico dell’1.5 per cento (era al 2.4 nel 2002) nonostante inflazione e tassi abbiano continuato a salire.

Il secondo problema è l’Iran, cui il mercato pensa un giorno sì e uno no e che però continua a costruire la sua bomba anche nei giorni in cui il mercato non ci pensa. Immaginiamo un Iran attaccato che sospende, insieme al Venezuela, le esportazioni di petrolio e manda centinaia di sha’id a farsi esplodere in America e tira missili all’impazzata sugli oleodotti sauditi. Non è lo scenario più probabile, ma immaginiamolo lo stesso.

Alla fine, mettendo insieme l’espansione che continua, l’inflazione che morde il freno, il carico speculativo e l’Iran, il portafoglio raccomandato rimane pur sempre quello che andiamo suggerendo da molto tempo. Niente bond, niente dollari (o dollari coperti), meno leverage possibile. Metà cash, metà azioni. Delle azioni, la metà in titoli dell’energia. L’altra metà può essere investita, a scelta, nei paesi che crescono (nel 2004-2007) del 4.8, del 15.2 o del 44.4 per cento. Vedete voi quali preferire.

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