POLITICA DA DILETTANTI, COME ALLA CORRIDA

16 Dicembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Da queste colonne Piero Ottone esorta il presidente del Consiglio a dimettersi. Per manifesta inadeguatezza. L´invito è formulato con garbo, quasi con affetto: vecchio Silvio, non sprecare le ultime energie in un lavoro che non sai fare; lascia la politica e goditi in pace la vita nelle tue sontuose residenze. Tuttavia è impensabile che l´auspicato evento si produca, e non soltanto perché Berlusconi non sarà mai così lucido da riconoscere un suo fallimento: la sconfinata presunzione lo spinge a definirsi “leader di professione” davanti ai giornalisti di tutta Europa. Il fatto è che un totale fiasco, nonostante le disastrose prove finora offerte dal governo, può anche non essere certificato mai. Per due corpose ragioni.

La prima è che il corso degli avvenimenti rischia di aiutare il premier, pur senza alcun suo merito, a risalire la china della popolarità perduta. Il periodo ignobile delle leggi ad personam, che soltanto l´ineffabile direttore del Riformista osa definire “eroico”, volge ormai al termine. Il calvario del semestre europeo è finito, e molti italiani sono indifferenti al pessimo bilancio. Se adesso la ripresa economica si consolida, ammette il ds Pierluigi Bersani, per l´Ulivo sono guai. E se va in porto l´astuta riforma delle pensioni, in apparenza rigorosa ma demagogicamente rinviata al 2008, l´immagine del governo si rafforza. Forse Ottone sottovaluta la possibilità che queste ipotesi si verifichino. Eppure si sa che l´uomo non ha sette vite, bensì almeno 77; e che è sempre riuscito ad attirare su di sé tutta la fortuna del mondo, lasciando gli altri miseramente a secco.

Il secondo motivo per cui Berlusconi non si sogna nemmeno di gettare la spugna è che conosce le proprie enormi risorse: i soldi e le televisioni, certo, ma soprattutto un populismo da quartieri alti di cui possiede l´esclusiva per l´Italia. In un Paese che ama la leggerezza, e che le tv addestrano ogni giorno al semplicismo ludico e all´incultura, l´incompetente è visto con simpatia. Gli esperti annoiano, i dilettanti allo sbaraglio divertono. In fondo le madornali gaffe di Berlusconi perpetuano il mito della Corrida, programma cult di Canale 5; denotano un grande talento istrionico, un´allegra sicurezza di sé. Non è escluso che nelle masse spoliticizzate esse generino consensi più che distruggerne.
Gli elettori apprezzano lo strano ma vero, pur di procurarsi qualche spettacolino sono capaci di tutto. Anni fa mandarono giulivamente in Parlamento la pornostar Ilona Staller e il cattivo maestro Toni Negri; adesso votano i Dell´Utri e i Previti senza nemmeno turarsi il naso. Perché non dovrebbero rinnovare la fiducia al frizzante Berlusconi? Le alternative sono le prediche di Romano Prodi, la seriosità di Piero Fassino, la diligente assertività di Francesco Rutelli, i baffi saccenti di Massimo D´Alema, e magari la fronte inutilmente aggrottata di un Gavino Angius.

In Mi consenta e Mi consenta 2, Alessandro Amadori sostiene che proprio le berlusconate più pittoresche sono l´insidia più grave per il centro-sinistra. Il premier se ne serve come di sapienti trappole: prima fa una sparata da bar sport per provocare gli avversari, inducendoli a risposte che grondano indignazione, poi si corregge o si proclama frainteso o protesta la sua buona fede; così inchioda gli altri a un eccesso di reazione che li danneggia. A dominare la scena è sempre lui.

Come neutralizzare questa tattica? L´Ulivo non ha ancora una ricetta. Ignorare le berlusconate naturalmente non può. Ma prendendole troppo sul serio incorre in continui autogol. Davanti all´ultima bestialità sulla democrazia da esportare con le armi, per esempio, a che serve mendicare un pomposo dibattito in Parlamento se non a regalare al premier una nuova comoda tribuna? Perché non puntare invece sull´ironia cattiva, su un dileggio ben motivato ma espresso con poche ficcanti battute?
Più della perdurante assenza di un programma, forse, il vero handicap di Prodi & C. è la cronica incapacità di fare notizia, la mancanza di un sicuro senso del palcoscenico. Non si tratta di imitare le sciocchezze di Berlusconi, ovviamente, bensì di adottare un linguaggio altrettanto incisivo, di mostrare la stessa irridente disinvoltura. Finché su questi decisivi terreni il capo del governo mantiene un chiaro vantaggio, tutte le congetture su un suo eventuale passo indietro non sono che capitoli di un libro dei sogni.

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