Pm su Telecom: “ostacolo vigilanza, azionisti volevano aiutare Telefonica”

20 Dicembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA – L’interrogatorio come testimone di Franco Bernabè è il primo atto ufficiale di un’inchiesta che può avere sviluppi clamorosi. Perché le verifiche ordinate dai magistrati romani ipotizzano che per il passaggio delle quote in Telco relative al controllo di Telecom Italia e la cessione di Telecom Argentina, possa essere contestato il reato di ostacolo agli organi di Vigilanza.

Esplorano la possibilità che ci sia stata un’intesa occulta tra i maggiori azionisti per favorire l’ascesa degli spagnoli di Telefonica e sfuggire ai controlli di chi ha invece il compito di esaminare la regolarità di ogni passaggio, prima fra tutte la Consob.

La versione fornita ieri al procuratore aggiunto Nello Rossi e al pubblico ministero Maria Francesca Loy dall’ex presidente, che si è dimesso proprio per esprimere la propria contrarietà all’operazione, diventa dunque snodo fondamentale dei nuovi accertamenti disposti dopo l’acquisizione avvenuta circa un mese fa della documentazione presso le sedi societarie e la stessa Consob.

Sono almeno tre le «criticità» rilevate dagli inquirenti e dagli specialisti del Nucleo Valutario della Guardia di Finanza riguardo a quell’accordo stipulato il 24 settembre scorso tra i soci di Telco (Assicurazioni Generali, Intesa San Paolo e Mediobanca) e Telefonica.

La prima riguarda l’aumento di capitale sottoscritto da Telefonica per 324 milioni di euro e destinato a ripianare i debiti bancari. E infatti ci si concentra sull’opzione di acquisto delle azioni al prezzo di 1,09 euro che rappresentava quasi il doppio del prezzo di mercato pari a 0,57. Ma anche sulla scelta di emettere azioni ordinarie di Telco di categoria C senza diritto di voto fino al 31 dicembre 2013 che Telefonica si è impegnata ad acquistare dai soci.

La seconda punta invece alle modalità di emissione dell’ormai famoso prestito convertendo da un miliardo e trecento milioni di euro sottoscritto dal fondo americano BlackRock. In particolare vengono ritenute «anomale» le modalità di collocamento, soprattutto nella parte delle informazioni ai sottoscrittori.

I primi ad avanzare dubbi sono stati i piccoli azionisti di Asati che hanno evidenziato nel loro esposto alla Consob «un trattamento iniquo verso tutte le minorities a cui è stato strappato un diritto in anticipo, chiedendo a posteriori una approvazione in una assemblea straordinaria nella quale occorreranno i due terzi per arrivare al rigetto». I controlli effettuati dal Nucleo Valutario hanno fatto il resto, evidenziando il ruolo ancora non chiaro avuto da Telecom Finance Sa e la sottoscrizione del bond per 100 milioni dalla stessa Telefonica e per altri 200 milioni da BlackRock, nonostante inizialmente si fosse deciso di escludere gli Stati Uniti dal collocamento.

Il sospetto degli inquirenti, già espresso in due esposti presentati alla Consob dalla Findim di Marco Fossati e dall’Asati che rappresenta una parte dei piccoli azionisti, è che il patto abbia favorito l’ascesa di Telefonica in Telco, provocando un danno a Telecom e al mercato. Grazie a questi accordi la società spagnola avrebbe infatti ottenuto la maggioranza in Telco arrivando al 66% e riuscendo così a garantirsi la governance dell’azienda.

Il terzo capitolo che si sta approfondendo riguarda la vendita di Telecom Argentina a Fintech per 960 milioni di dollari con 860 milioni per la cessione delle azioni e altri 100 per affari collegati. Al centro delle verifiche c’è la congruità del prezzo per stabilire se sia vero quanto sostenuto dalle parti che hanno concluso l’affare circa il vantaggio economico per Telco.

Il dubbio è che in realtà la vendita sia stata decisa soprattutto per favorire le richieste degli spagnoli di Telefonica che hanno numerosi interessi nello Stato sudamericano e rischiavano di avere problemi di antitrust se non avessero «alleggerito» la propria partecipazione azionaria in alcune società.

Era stato proprio Bernabè a sottolineare gli aspetti negativi dell’operazione prima nella sua lettera di dimissioni, poi durante un’audizione in Parlamento. Una posizione critica ribadita ieri di fronte ai magistrati e al colonnello del Nucleo Valutario Pietro Bianchi nel corso dell’interrogatorio durato oltre tre ore. Perché, come aveva evidenziato nella sua missiva, il presidente era favorevole ad avviare un percorso dell’aumento di capitale «ma non ho trovato il supporto dei soci riuniti in Telco», quindi «ho deciso di fare un passo indietro, non senza avere rappresentato al board la necessità di dotare la società dei mezzi finanziari necessari a sostenere una strategia di rilancio».

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