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PIU’ INDUSTRIA, MENO BUROCRAZIA: RIPARTIAMO…

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Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Attraverso anni di ritardi e omissioni nelle strategie e nella gestione della politica economica, l’Italia ha disatteso impegni che ora, finalmente, appaiono ineluttabili. Ci si trova di fronte a un insieme di investimenti da realizzare, a leggi e norme da riscrivere con urgenza. Le priorità sono troppe per essere affrontate tutte insieme e dunque è indispensabile trovare la freddezza e il coraggio per individuare le scelte veramente fondanti che possono conferire l’impronta a un governo.

La difficile situazione economica interna e internazionale ne impone alcune sulle altre. Soprattutto perché senza affrontare e risolvere quelle non si può sperare di porre mano alle altre. In questo scritto ne individuo solo tre, di grande rilievo, l’innalzamento della produttività, la centralità dell’industria, la funzionalità della Pubblica amministrazione. Per oltre dieci anni produttività e reddito pro capite sono cresciuti meno degli analoghi valori medi europei, con distacchi vistosi rispetto a Inghilterra e Germania. È in questa situazione di declino relativo – ormai riconosciuto a denti stretti persino da chi lo negava fino a pochi mesi fa – che si è diffusa la convinzione che è indispensabile accrescere la produttività. Altrimenti sarà impossibile realizzare anche solo una parte delle promesse elettorali. Ma l’obiettivo generico della crescita della produttività è un impegno privo di significato se non si accompagna agli strumenti necessari a raggiungerlo.

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Aumento delle ore lavorate? Conquista di nuovi mercati di sbocco? Crescita della qualità dei nostri prodotti? Più innovazione tecnologica? Più efficienza della produzione? Minori costi generali? Ognuno di questi fattori può contribuire, con tempi variabili. Prima di tutto l’obiettivo produttività non potrà essere raggiunto se non vi sarà un deciso cambiamento dell’attenzione generale verso l’indu stria e il suo ruolo. Gli italiani di oggi non amano l’industria e i giovani considerano gli impieghi tecnici una diminutio rispetto a una occupazione nella finanza o nelle attività cosiddette di consulenza, dotati di borsa ventiquattro ore in pelle nera liscia e abito grisaglia.

Persino molti ingegneri non amano sporcarsi le mani e considerano chic (ma loro usano un altro termine) occuparsi di gestione perché così, mi disse uno di loro «si fanno lavorare gli altri». A dimostrazione della bassa cultura dell’industria in Italia sta l’elevato dibattito che c’è ancora tra i sostenitori della piccola impresa, quelli dei distretti e quelli della grande impresa (che è quasi sparita), molti dei quali non capiscono che una industria che funziona è un sistema dove ognuno svolge un ruolo. E che, all’interno di quel sistema l’industria di varie dimensioni è ancora il vero motore della crescita, come riconoscono gli stessi americani che hanno solo il 13% di addetti nell’industria manifatturiera. Ci piangiamo addosso osservando l’elevato numero di imprese piccole mentre le persone “in” apprezzano solo le “high tech”, delle quali peraltro la Tv illustra le caratteristiche una volta all’anno in seconda o terza serata e i giornali dopo la pagina quaranta, ma rigorosamente con taglio basso.

Bene! Se si vuole rilanciare l’Italia della produttività e dello sviluppo sarà necessario rivedere le posizioni, porre l’industria al centro dello sviluppo economico, investire in ciò che abbiamo di buono – tradizionale, di consumo, strumentale, medium o high tech, fast tech o slow tech – ma che abbia elevate probabilità di essere sostenibile nel tempo e di fronte alla concorrenza, darsi obiettivi vicini alle nostre più forti eredità storiche, studiando le loro dinamiche.

Sarà opportuno capire al più presto che anche negli Stati Uniti – che sono ancora il Paese economicamente più forte del mondo – l’industria manifatturiera è ancora la base fondamentale per l’innovazione e per la stessa crescita dei servizi. Occorrerà comprendere che occorre introdurre più tecnologia, per sviluppo organico o per trasferimento, che ci consenta vantaggi competitivi, ma senza porsi traguardi impossibili, utili per lo sviluppo della conoscenza, ma pericolosissimi nel business.

L’aumento della produttività passa per la crescita di questo insieme integrato. Ma un progetto per il rilancio dell’industria richiede un primo passo preliminare; una volta che il tema sia al centro degli sforzi è indispensabile dargli credibilità, recuperando flessibilità al sistema, eliminando i blocchi che attualmente si frappongono alla decisione rapida e alla realizzazione delle iniziative, riducendo l’incertezza, dando al sistema la trasparenza che attualmente manca. In moltissimi casi non si riesce neppure a capire che è responsabile di che cosa.

È il primo passo e non basta. Se Aladino, forte dei poteri della lampada, mi offrisse la realizzazione di un desiderio in materia di politica economica opterei per la soluzione del problema appena descritto, che definirei “sindrome della paralisi”. La nota raccomandazione di Guido Carli – ex governatore della Banca d’Italia – di tagliare «i lacci e i laccioli» per dare vigore alla nostra economia è ancora pienamente valida e attuale.

L’altra grande priorità, strettamente collegata alle prime due, è l’inefficienza della pubblica amministrazione. Processi produttivi lunghi, costosi, dimensioni pletoriche, priorità confuse, fanno di questa gigantesca macchina un meccanismo insostenibile e poco coerente. Pa vuol dire tutto e niente, ma penso in particolare al nostro sistema degli appalti, assurdo e costosissimo, che senza una feroce riforma non consentirà mai l’emergere di una domanda pubblica che stimoli la produzione e l’innovazione. Lo strumento principe per dare produttività alla Pubblica amministrazione è un impiego diffuso e intelligente della Information Technology, e già questa iniziativa consentirebbe un passo avanti della nostra industria perché nelle tecnologie dell’informazione siamo il fanalino di coda dell’Europa.

Queste tre priorità hanno tempi di realizzazione di circa cinque anni, ma bastano sei mesi per capire se esiste veramente la volontà e la capacità di gestirle. La strada è in salita. Occorre una buona bici, cuore forte e tanto fiato. Essere rimasti sordi e ciechi sui problemi ai quali ho accennato e che da tempo tutti i dati esibivano con chiarezza ha ulteriormente aggravato le difficoltà e ritardato le soluzioni.

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