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Petrolio: Ocse e Fed d’accordo, salirà ancora

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Il prezzo del petrolio sta vivendo uno dei periodi più turbolenti degli ultimi mesi. Nonostante sia a Londra che a New York il barile stia registrando quotazioni in altalena, svalutandosi dal record dei 78 dollari, gli analisti invitano alla cautela: il declino dei costi energetici non è affatto cominciato, anche se personalmente nutro dubbi in proposito nel brevissimo periodo (una discesa sotto i 70 dollari verso l’area 67 è molto probabile). Secondo quanto detto da Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, e da Angel Gurria, segretario generale dell’Ocse, è possibile che nei prossimi due anni il prezzo del greggio si fisserà su un livello compreso tra il 10 e il 15 per cento oltre gli attuali 73 dollari per barile. E questo, prevede Gurria, “accadrà a prescindere dalle turbolenze politiche del Medio Oriente, che spesso limitano la capacità di approvvigionamento”. Pur se separati da migliaia di chilometri, Bernanke a New York alla House Financial Services Committee e Gurria in conferenza stampa a Tokio, si trovano idealmente d’accordo anche sulla considerazione che l’economia mondiale stia reagendo relativamente bene al rally dei prezzi del greggio; fatto che, come spiega il segretario generale dell’Ocse al Telegraph, “non può che essere sintomo di buona salute, pur permanendo la consapevolezza che la sfida per lo sviluppo sarà legata alla capacità di reggere i picchi dei prezzi che tutti si attendono”. Su questo punto, secondo quanto riporta il New York Times, il presidente della Fed comunica la sua previsione, sulla base di quanto indicato dagli analisti della Banca centrale americana. Partendo dal presupposto che è impensabile che l’economia americana mantenga il ritmo attuale di crescita, che supera il 5 per cento, il governatore Usa sottolinea come “il costo dell’energia nei prossimi due anni porterà la crescita del Pil intorno al 3 per cento”. Un rallentamento che, sembra di capire, Bernanke non considera affatto una sconfitta, ma forse uno degli strumenti che, attraverso la contrazione della domanda, permetterà di mantenere il costo delle risorse energetiche relativamente stabile, anche se su livelli elevati. Per Bernanke, “il barile dovrebbe attestarsi tra i 75 e gli 80 dollari”. Gli analisti, ribadisco, prevedono prossima la fine dell’altalena dei prezzi, con il posizionamento del costo del barile stabile sotto quota 75-80 dollari. Siamo lontani dal picco del 14 luglio scorso quando l’improvviso deterioramento dei rapporti diplomatici tra Israele e Libano scatena una lotta senza quartiere e senza confini per garantirsi gli approvvigionamenti, con il risultato che i futures su settembre si fissano al record di 78,4 dollari per barile, dando il preciso segnale che a questo prezzo ci sono ancora parecchi compratori. Da quel giorno, dopo una brusca frenata dovuta anche alla constatazione che il flusso di petrolio mediorientale non si arresta e, anzi, grazie all’entrata a pieno regime di alcuni impianti nell’Iraq meridionale, aumenta di due milioni di barili al giorno, comincia il vertiginoso giro sulle montagne russe degli investitori.