PETROLIO: L’ITALIA RISCHIA UNA MAXI BOLLETTA

14 Marzo 2005, di Redazione Wall Street Italia

ROMA, 14 mar – Se le attuali quotazioni del barile sul mercato internazionale dovessero mantenersi per il resto dell’anno sui livelli attuali, il 2005 rischia di chiudersi con un prezzo del greggio importato in Italia di 48,3 dollari, contro i 36,5 dollari del 2004.

Nei primi tre mesi dell’anno il costo del greggio dovrebbe infatti attestarsi intorno ai 46 dollari al barile mentre, se gli attuali 49 dollari dovessero mantenersi per i prossimi 9 mesi, alla fine dell’anno la media di un barile per l’azienda Italia sarebbe di 36,2 euro, pari a 48,3 dollari. La proiezione si basa su un cambio euro-dollaro (valuta quest’ultima di riferimento dell’interscambio petrolifero) sull’attuale quotazione di 1,34 dollari per un euro.

E, ancora, su un andamento dei consumi in flessione del 3,2% dalle 87,9 milioni di tonnellate del 2004 la domanda è attesa quest’anno scendere infatti a 85,3 milioni di tonnellate. Un elemento che ridimensiona le attese di aumento della fattura petrolifera. La contrazione peserebbe infatti sui conti finali petroliferi 2005 per 500 milioni di euro.

A fronte dei 20,3 miliardi di euro, attesi nel caso di quotazioni petrolifere sui livelli attuali per il resto dell’anno e sull’atteso calo dei consumi, la bolletta 2005 – a domanda invariata – registrerebbe infatti un ulteriore incremento, attestandosi a 20,7 miliardi di euro.

La possibile fiammata della fattura petrolifera – se l’andamento dell’oro nero non si ridimensionerà – rischia di pesare anche sulla bolletta energetica complessiva del paese, di cui la fattura petrolifera è una delle voci, anche se la più pesante vista la forte dipendenza italiana dal greggio ed i suoi derivati.

Il rischio di una maxi fattura sembra comunque reale: sulle future quotazioni del greggio – che nelle stime settimane hanno toccato i nuovi record storici sulle piazze internazionali – gli addetti ai lavori cominciano infatti ad esprimere timori.

Le fiammate degli ultimi tempi non sarebbero infatti più legate – come da tempo sostenuto – solo a situazioni contingenti ma all’emergere di una debolezza strutturale nell’offerta a fronte di una domanda mondiale che inizia a risentire dell’impulso proveniente dalle economie emergenti. Cina in prima linea.