PESSIMISMI

21 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Non ci sono mandolini, spaghetti o la P38, ma più pietosamente, molte stampelle a tenere in piedi lo stivale del «nuovo malato d’Europa» sulla copertina dell’Economist. Non ci sono novità nelle notizie riportate nell’editoriale. Quello che fa notizia è il mosaico di notizie che ne emerge.

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L’Italia non cresce perché la sua specializzazione e la più esposta alla concorrenza cinese e le sue imprese sono troppo piccole per fare il salto verso nuove tecnologie e nuovi prodotti. I risparmiatori si sentono «raggirati» dalle banche che li hanno convinti a comprare titoli argentini, Cirio e Parmalat. Non ci sono segni evidenti, al di là di qualche sussulto iniziale, di una soluzione vera ai problemi di corporate governance messi in luce dai casi citati sopra. Le sostituzioni dei manager di grandi imprese come l’Eni sembrano dettati unicamente da criteri politici.

Le vicende relative al sistema bancario sono sotto gli occhi di tutti. L’elenco si conclude con un giudizio sulla azione di governo, che in quattro anni non ha mai affrontato seriamente i nodi della crescita e ha gestito la finanza pubblica con misure una tantum nel disperato tentativo di restare sotto i limiti europei, ma mandando il messaggio che una vera politica di risanamento non si sarebbe mai fatta.

Tutte queste cose assieme si traducono in un indicatore che ha un nome molto semplice: credibilità. Quello che l’Economist ci dice è che la credibilità dell’Italia è in caduta libera. E siamo fortunati che, grazie all’euro (sì, grazie all’euro e al patto di stabilità) questo non si traduca ancora in un maggiore tasso di interesse o in un peggioramento dei rating. Forse ancora più inquietante dell’editoriale dell’Economist è un articolo apparso sul Financial Times del 17 maggio, a firma di Martin Wolf, in cui si parla, anche lì, dell’Italia come malato d’Europa e della preoccupazione che questa malattia suscita nei nostri partner europei.

Fortunatamente l’Italia è un paese abbastanza grande per far temere anche agli altri le conseguenze di una sua prolungata crisi. Ma le cose potrebbero precipitare. Tanto per continuare sul pessimismo, proviamo a immaginare uno scenario che tra qualche mese veda in Europa una applicazione delle nuove regole del patto di stabilità che tiene maggiore conto, nel ben o nel male, delle condizioni specifiche dei paesi.

A questo punto non conteranno tanto i numeri del bilancio quanto la credibilità delle politiche economiche che li determinano. Un, diciamo, 4 per cento italiano sarà molto peggiore di un 4 per cento tedesco, perché il secondo riflette, in gran parte, uno sforzo di riforma strutturale e il primo in gran parte un eccesso di spesa pubblica corrente. Giudizi simili sono stati già dati nei mesi passati dalle istituzioni internazionali, ma non si sono ancora riflessi pienamente in giudizi di mercato. I mercati potrebbero improvvisamente decidere che il patto di stabilità come scudo collettivo non esiste più e assegnare i loro voti ai singoli paesi in base alla loro credibilità.

Non è difficile comprendere, poi, che in questo contesto accenni, allusioni, o anche esplicite affermazioni su una possibile uscita dell’Italia dall’euro non farebbero che aumentare il rischio paese riflesso nei tassi di interesse. Uno scenario fantascientifico? Lascio la risposta al lettore. L’articolo dell’Economist finisce con una riflessione su un possibile governo Prodi, notando che questo non avrebbe un programma di riforme all’altezza della situazione. Gli inglesi, si sa, sono maestri nel sarcasmo e nella provocazione e le provocazioni vanno prese per quello che sono.

Ma non c’è dubbio che invertire la tendenza alla perdita di credibilità dell’Italia, evitare che lo scenario di crisi si faccia più concreto, diventa sempre più urgente. E questo richiede un programma che occorre definire al più presto. Un programma all’altezza, come si è già avuto occasione di dire, non potrà contare su risorse, dovrà avere un orizzonte lungo, ma dovrà anche dare segnali forti dal primo momento, con misure concrete, che incidano sull’operare di tutti i giorni delle imprese, della pubblica amministrazione come servizio al cittadino, che ridiano autorevolezza all’operare delle istituzioni. Forse allora i nostri numeri di finanza pubblica saranno più uguali a quelli degli altri.

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L’ECONOMIST: «ITALIA MALATO D’EUROPA»

Economia «stagnante», attività imprenditoriale «depressa», riforme «moribonde». Questo il quadro del nostro paese secondo The Economist, autorevole settimanale britannico, che torna ad occuparsi dell’Italia in copertina per la quarta volta in quattro anni.

I toni sono drammatici fin dalla copertina, dove l’Italia viene considerata «the real sick man of Europe», il vero malato d’Europa, e paragonato all’impero Ottomano d’inizio novecento, alla Gran Bretagna degli anni sessanta o alla Germania degli anni novanta. Il sistema economico italiano viene complessivamente posto sotto accusa: le industrie non sono più competitive come prima sui mercati esteri (dove sfruttavano i vantaggi causati dalla debolezza della quotazione della lira), i crack Cirio e Parmalat e la vicenda Fiat hanno portato alla luce i guasti del sistema delle imprese, sempre meno preparato ad affrontare la nuova concorrenza che proviene dai paesi orientali e il governo Berlusconi (definito in passato dallo stesso settimanale «unfit to lead italy», non idoneo a guidare l’Italia) latita e rimanda senza affrontare la crisi con misure e riforme adeguate che permettano il rilancio dell’economia e della competitività delle imprese.

Vengono presi in considerazione anche problemi strutturali come l’elevata pressione fiscale, l’eccesso di spesa pubblica, la rigidità del mercato del lavoro, la peculiarità del sistema bancario arroccato nella difesa della sua “nazionalità”. Particolari critiche vengono rivolte all’esecutivo per il licenziamento da parte del governo di Vittorio Mincato, il boss dell’Eni:«non solo questo manager di talento e lontano dalla politica è stato sostituito da qualcuno che non sa nulla dell’industria (PaoloScaroni), ma anche quell’ignoranza adesso è condivisa dall’intero consiglio d’amministrazione dell’Eni». Prosegue l’Economist, «la natura politica della nomina di Scaroni indica che il governo considera qualsiasi società nella quale detiene una partecipazione come essenzialmente di proprietà dello Stato e comunque soggetta agli ordini politici».

L’allarme provocato dagli ultimi dati sull’andamento dell’economia e sui preoccupanti conti pubblici italiani ha varcato i confini nazionali suscitando la dovuta apprensione negli operatori del settore. Nel frattempo il governo ha provveduto ad un’altra sostituzione ai vertici della ragioneria dello stato (Canzio al posto di Grilli). L’ex ministro Vincenzo Visco commenta così: «un avvicendamento alla guida della Ragioneria, in un momento come questo in cui il bilancio pubblico tracolla, la copertina dell’ Economist raffigura l’ Italia come ‘il vero malato d’Europà e l’Unione Europea apre a nostro carico una procedura di infrazione, appare quanto mai rischioso e inopportuno».