PERCHE’ QUESTA VOLTA IL CAV. NON PUO’ AFFIDARSI SOLTANTO ALL’ISTINTO

20 Novembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
L’articolo e’ tratto da Il Foglio, diretto da Giuliano Ferrara, che ringraziamo. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Tra le anomalie del berlusconismo c’è anche l’essere fondato principalmente sulla prassi, senza compiute elaborazioni politico-culturali. I principi liberali che hanno circolato e circolano alla grande sia in Forza Italia sia nel Pdl promanano più dal rapporto immediato con le basi sociali che da riflessioni articolate. Da qui il modo in cui si dispiega la conformazione materiale del centrodestra. L’essenziale alleanza tra movimentismo liberal-liberista-aziendalista di Forza Italia e sindacalismo leghista del territorio, centrato sui ceti medi, si è formata per “prove ed errori” dal ’94 al ’98, con tentativi di Silvio Berlusconi di far fuori Umberto Bossi, sventati innanzi tutto dagli intrighi di Oscar Luigi Scalfaro.

L’esaurirsi di una coalizione arlecchinante si è determinata solo dopo la cattiva performance del governo 2001-2006, caratterizzata da un biennio riformista, fino al 2003, e poi dal prevalere – non contrastato dalla politica e dalla cultura dei berlusconiani – dei giochini di Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini e delle tramette del piccolo establishment rappresentato da Luca Cordero di Montezemolo. La svolta del predellino viene da quei processi, all’improvviso, e solo poi produce la scelta “semplificatrice” del 2008. Oggi abbiamo vissuto ancora un buon biennio riformatore e poi l’ennesimo stop provocato dall’iniziativa di Repubblica (aiutata dalle sregolatezze berlusconiane) e di settori determinati della magistratura, e dalle ambizioni mal elaborate di Fini.

Adesso il quadro politico è in movimento: forse si eviteranno elezioni anticipate (comunque “l’unica arma” berlusconiana per mantenere un sistema bipolare, come spiega lucidamente Rina Gagliardi sul Riformista) ma una ripresa d’iniziativa del centrodestra che ridia prospettiva all’esecutivo non è semplice. Quel certo solipsismo che a tratti caratterizza Berlusconi (più anarchico – scatena le pulsioni di tutti – che monarchico: le direttive centralistiche sono sempre un po’ surreali) non regge più. Si tratta di pensare a una nuova fase ma questa volta servirà un pensiero non solo un’azione adeguata.

Il contributo di Fini in questo senso non mi pare risolutivo. Magari l’impostazione dialettica iniziale poteva arricchire culturalmente il centrodestra ma a questa si sono aggiunti un negativo uso delle istituzioni a fini di manovre politiche (per questo è opportuno consolidare la marcatura a vista di Renato Schifani iniziata in questi giorni, anche per spiegare che in guerra certe pratiche non possono pretendere il monopolio) e una qualche oggettiva subalternità a chi, in toga o abiti civili, persegue il disegno di espellere Berlusconi dalla vita pubblica. Tutto ciò forse a causa di cattivi consiglieri che spiegano come il berlusconismo sia ormai finito o di uno Stefano Folli che scrive come una destra istituzionale non abbia bisogno di consenso popolare. In generale l’ex leader di An non pare porsi il problema di dare una prospettiva allo schieramento di centrodestra, privilegiando una linea che appare per alcuni tratti puramente distruttiva.

Comunque, Fini o non Fini, stavolta per uscire dalle difficoltà non ci si potrà affidare solo all’istinto ma ci sarà bisogno di una qualche elaborazione politico-culturale più articolata. A partire dall’analisi delle basi sociali: il nucleo fondamentale di tutte le componenti essenziali della società, dal grande capitale al lavoro, dai ceti medi produttivi a quelli commerciali, dalla piccola e media impresa alla borghesia del sud, è convinto che oggi ci sia bisogno non di conflitto ma di tenuta sociale, non di strappi radicali ma di una transizione a una società e uno stato più moderni, di fatto disegnati dal federalismo fiscale impostato in questa legislatura, entro la cui cornice è possibile affrontare taglio della spesa pubblica e delle tasse.

E’ una cornice che può consentire di governare concretamente e anche di organizzare un’opposizione razionale ma che, però, suscita la reazione di tutti coloro che dalla irriformabilità della società italiana ricavavano una formidabile rendita di posizione: dai magistrati ipercorporativi e militanti alle nomenclature di vario colore della Prima Repubblica (sia politiche sia della Cgil), da Carlo De Benedetti, che non per nulla muove – il che mi sembra evidente nonostante lo smentisca – anche la pedina Rutelli per ostacolare il cambiamento riformatore non solo della maggioranza ma anche dell’opposizione (da qui una sua irritazione verso Bersani e Casini), agli ultimi mohicani del piccolo establishment vicini a Montezemolo (con qualche frondina anti-Marchionne in Fiat).

Chi pensa alle prossime tappe deve essere consapevole che le basi per avanzare sono forti, ma anche che la resistenza al cambiamento sarà disperata perché chi perde, perde moltissimo. Insomma non ci sarà bisogno solo del “lione” ma anche di tanta “golpe”. In questo senso Fini ha ragione: c’è bisogno di un “partito”. Ma non nel senso nostalgico bersaniano (a cui di fatto si ispirano molti finiani), bensì in quello di una forza moderna, che concentra le decisioni sugli eletti ma che sottopone la scelta di questi eletti (e delle idee che rappresentano) a un vaglio democratico popolare.

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