PERCHE’ PRODI NON PIACE PIU’ TANTO A DE BENEDETTI

16 Ottobre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Romano Prodi ha un problema vero e serio con il gruppo Repubblica-Espresso e ciò che esso rappresenta nella sinistra italiana. E’ una tesi. Sono solo nuvole passeggere, come la frenata su di lui dell’ultimo Espresso e l’aspra risposta di Eugenio Scalfari sul Venerdì contro la lista riformista alle europee e la “mancanza di cautela” di Prodi. Altra tesi. Diversi elementi però confortano la prima idea.

Ieri il capo dello Stato ha ricevuto Carlo De Benedetti e Carlo Caracciolo. L’Ingegnere non si è intrattenuto con Ciampi sui conti della Cir, che nell’editoria va meglio dei concorrenti. Ha parlato di come vanno i mercati mondiali, delle difficoltà tra America ed Europa, tema caro a Ciampi e che De Benedetti segue da anni nell’European Roundtable degli industriali. E Cdb ha accennato alla prossima uscita di quella lobby “Libertà e Giustizia” che ha messo in piedi per riaffacciarsi ai destini di “un centrosinistra allo sbando”, come lo definì il Campbell di Prodi, Gad Lerner.

E’ un’iniziativa cui De Benedetti tiene molto, la prima in grande stile dopo le presentazioni di L&G nelle città italiane. “Libertà è comunicare, progetti per un programma di opposizione”, è il titolo del processo in contumacia alla legge Gasparri. Pm Stefano Passigli, Roberto Zaccaria, Andrea Manzella. Manzella ha già anticipato a Ciampi (il quale però si fida molto del parere opposto attribuito da varie fonti al segretario generale Gaetano Gifuni) in che termini perorerà l’incostituzionalità della legge.

Il coté internazionale è assicurato dall’inevitabile “dossierista” dell’Economist (John Peet, si aspetta conferma). Domenica 26 ottobre, dopo le arringhe del sabato, l’appello finale a Quirinale e Corte costituzionale ad abbattere il mostro. La sede non è casuale, villa Rossi di Gattaiola in Lucchesia, di quel Francesco Burlamacchi decapitato perché protestante, e posseduta in ultimo da Paolo Rossi antifascista, costituente e presidente della Corte costituzionale quando sulla Lockheed si costituì l’Alta corte di giustizia.

Così, per l’Ingegnere, dovrebbe essere “regolato” Berlusconi: Quirinale e Corte a rivincita del tradimento Formenton sul caso Mondadori; ancora Corte sul lodo Schifani e poi colpo finale del tribunale di Milano a rivincita della Sme, in cui Romano Prodi tenne un ruolo che De Benedetti criticò aspramente nella “version” che mesi fa solo il Foglio ha riproposto, traendola testualmente dal libro intervista dell’Ingegnere a Federico Rampini.

“Berlusconi in Corte”

Fino a che l’eventuale uno-due su Gasparri e Sme è in piedi, per De Benedetti il muro deve restare alto ed è un errore prospettare sviluppi politici “di peso” a sinistra. Se ne ha riservata conferma da alcuni ospiti recenti dell’Itaska – il panfilo ex rompighiaccio dell’editore, a luglio alle Salomone, a settembre tra le Andamane e la Birmania. Le signore a bordo protestavano, di fronte alla perennità del mantra sul “Berlusconi in Corte”.

Appaiato a un altro motivetto che spiega la freddezza verso “Prodi leader già alle europee”: una costante e soda diffidenza verso Massimo D’Alema. Vederlo tessitore dell’operazione ha indotto l’editore a distillare dubbi al fondatore e al direttore di Repubblica. De Benedetti non ha perdonato il “sì” dalemiano a Roberto Colaninno in Telecom, giudica oggi un errore la benedizione all’ingresso di quest’ultimo nel sindacato di Capitalia e i rapporti stretti dei dalemiani con Giampiero Fiorani, l’emergente faziano della Popolare di Lodi.

Eguale diffidenza riserva al favore dalemiano a operazioni di finanza “che guardano al centro” (vedi alcuni costruttori romani). Per sì e per no, l’Ingegnere è sceso in campo acquisendo il 2% della Bnl di Luigi Abete, che tanto fa gola al Montepaschi diessino. Si tiene stretti i suoi solidi rapporti con Giovanni Bazoli. E’ sicuro che la partita per Confindustria la influenzerà più lui dei dalemian-prodiani. Teme che, al dunque, il giudizio sfavorevole della stampa internazionale sulla prova europea di Prodi peserà.

Conta oggi sui nemici della lista unitaria in Margherita e Ds; per il domani punta a un candidato che debba il più possibile all’indicazione decisiva del gruppo Repubblica invece che a forza propria, il più “orientabile” possibile. Come nel 2001, quando De Benedetti scelse e lanciò Francesco Rutelli. I giovani leoni dell’Ulivo sono avvisati, come gli outsider “alla Illy”. Ci sono buone ragioni perché Repubblica conti di fare lei la differenza. Alla fine.

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