Società

PERCHE’ LA POLITICA HA PAURA
DEL MERITO?

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(WSI) –
Liberalizzazioni, concorrenza, competitività: su queste parole chiave il governo Prodi sta tentando di conquistare un’opinione pubblica che fino a poche settimane fa era rimasta alquanto freddina. Finora ci sta riuscendo abbastanza bene, se non altro perché le categorie più esposte all’azione dell’esecutivo – notai, farmacisti, taxisti, avvocati – sono poco numerose, e quelle più numerose non sono ancora state investite dal vento nuovo.

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Quali sono le categorie finora risparmiate, o toccate solo marginalmente? Se ne potrebbe tentare un elenco molto approssimativo: piccoli commercianti che praticano prezzi troppo alti, dipendenti pubblici inefficienti, imprese che sopravvivono grazie a protezioni politiche e normative. Ma forse sarebbe più utile cominciare a pensare che una vera rivoluzione liberale dovrebbe incidere anche sul costume, e quindi non potrebbe che toccarci un po’ tutti. Perché rivoluzione liberale significa innanzitutto ridare al merito il posto che una società giusta dovrebbe assegnargli.

E’ qui che l’azione del governo potrebbe impantanarsi, e non solo perché una parte della sinistra (così come una parte della destra) è ferocemente ostile al merito. E’ la cultura della società italiana, la sua mentalità profonda, che non riesce a digerire il merito come principio di regolazione sociale. Le famiglie chiedono alla scuola di far andare avanti i propri ragazzi, con pochissimo interesse per la loro effettiva preparazione. All’università chiedono di rilasciare il miracoloso «pezzo di carta», non importa a quali condizioni. Al mercato del lavoro di offrire opportunità adeguate al livello di istruzione «nominale» raggiunto dai nostri ragazzi, a prescindere dalle loro effettive capacità.

E se uno di questi cruciali passaggi va storto, ragazzi e genitori si uniscono nella guerra santa contro le istituzioni cattive: l’insegnante che osa dare voti bassi discrimina, il docente universitario che fa ripetere tre volte un esame è affetto da crudeltà mentale, l’impresa che non assume a tempo indeterminato «toglie il futuro a un’intera generazione». Questo significa che siamo noi, famiglie e ragazzi, ad avere torto, e sono le istituzioni – pubbliche e private – ad avere ragione? Niente affatto, perché l’altra faccia di questa triste medaglia è che le istituzioni, a loro volta, approfittano del nostro deficit di responsabilità individuale.

L’insegnante che non padroneggia la sua materia si fa perdonare regalando voti generosi, le università mediocri se la cavano con il numero aperto e le promozioni facili, gli imprenditori senza scrupoli sono ben felici di poter spremere fino in fondo lavoratori a bassissima produttività. Una sorta di concorrenza al ribasso, in cui quel che le istituzioni offrono agli utenti sono dosi crescenti di indulgenza e complicità.

Quel che si instaura, alla fine, è un vero e proprio circolo vizioso. Istituzioni inefficienti o deviate sopravvivono per mancanza di protesta. Cittadini che temono la competizione, l’impegno, il sacrificio sopravvivono ai propri insuccessi incolpando le istituzioni, atteggiandosi a vittime, agitando diritti e invocando risarcimenti.

Il guaio di tutto questo è che la mancanza di una vera cultura del merito e della responsabilità individuale è diffusa un po’ in tutto il corpo sociale, nelle famiglie come nelle istituzioni, fra la gente comune così come nella classe dirigente, nella destra come nella sinistra. Con un’importante differenza, però: che una sinistra moderna, che non vuole consegnare alle cieche forze del mercato il destino dei ceti più deboli, non può abbandonare la bandiera del merito.

Istituzioni inefficienti e corporative, che non selezionano mai e rimandano in eterno il momento delle scelte, possono alleviare oggi le ansie di genitori preoccupati che i propri figli «vadano avanti», ma alla lunga funzionano come un potente, diabolico e nascosto meccanismo di discriminazione sociale. Alla fine del lungo volo scolastico avere avuto una formazione scadente è un problema soprattutto per chi non ha altre risorse. Chi è «nato bene» completerà la sua formazione all’estero, verrà assunto nell’azienda di papà, troverà il canale giusto nella rete delle conoscenze famigliari.

Perciò, cara sinistra, almeno su questo terreno ricordati dei deboli, torna a rappresentarli, e smetti di aiutare i potenti. Dimentica il «diritto al successo formativo», che ha completato la distruzione delle nostre scuole e delle nostre università, e dì ai giovani la verità: che se vogliono il successo devono meritarlo. Può darsi che il messaggio non piaccia, ma almeno sapremo che i nostri guai – quelli sì – ce li meritiamo proprio.

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