PERCHE’ IL PETROLIO NON C’ENTRA

24 Marzo 2003, di Redazione Wall Street Italia

E’ possibile che il prezzo del petrolio risalga sopra l’anomalo livello di 24,5 dollari il barile, registrato venerdì, quando si è sgonfiata, praticamente di colpo, la bolla speculativa che lo aveva portato a 35 dollari.

Ma se l’aumento dovesse verificarsi non dipenderà da eventuali difficoltà trovate dagli alleati sul fronte iracheno. Potrà, invece, incidere la riduzione di offerta della Nigeria, a causa di guerriglie che hanno costretto la francese Total Fina a bloccare i pozzi.

Lo scenario del petrolio attuale è molto diverso rispetto a dieci anni fa, con l’altra guerra del Golfo. Allora i paesi di quella regione producevano 20 milioni di barili al giorno, pari al 40 per cento della domanda mondiale, che è di 52 milioni. Ora il fabbisogno mondiale di greggio è aumentato del 50 per cento, soprattutto a causa del maggior consumo di Stati in rapida crescita come la Cina. Così la quota dei produttori del Golfo, rimasta quasi eguale in volume, è scesa al 30 per cento in percentuale. E si prevede che nel 2006 il greggio dell’Africa occidentale supererà quello del Mare del Nord.

Quello che accade in Nigeria, comunque è un episodio temporaneo. La Russia, in un triennio, ha ampliato del 25 per cento la sua offerta ed è ora il secondo esportatore mondiale, dopo l’Arabia Saudita. Comincerà a espandersi sui mercati il petrolio dei grandi giacimenti del Caspio. Certo, ufficialmente, le riserve dell’area del Golfo sono ancora due terzi di quelle mondiali. Ma l’Iraq ha una capacità produttiva del 20 per cento inferiore a dieci anni fa e il costo per recuperare la situazione di allora è valutato in 5 miliardi di dollari.

Grazie al Dof (Digital oil field), la tecnica digitale di ricerca dei pozzi di petrolio sta rivoluzionando il volume e la geografia delle riserve mondiali. Lo scorso anno esse, con i nuovi giacimenti in Canada, sono aumentate di colpo di 175 miliardi di barili, il 50 per cento in più delle riserve irachene.

Le ragioni economiche della guerra degli Usa all’Iraq di Saddam possono stare ovunque. Ma non certamente nella conquista del suo petrolio per alimentare le grosse auto americane avide di benzina, come si legge nei manifesti di Rifondazione comunista.

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