PERCHE’ IL FLOP DI CANCUN

19 Settembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Col senno di poi non è difficile capire perché la conferenza di Cancun fosse destinata al fallimento. Nonostante qualche timido segnale di ripresa l’economia dei maggiori paesi industriali è ancora stagnante. Gli americani hanno perduto negli ultimi due anni un milione e trecentomila posti di lavoro. La guerra irachena consuma 4 miliardi di dollari al mese e il Congresso americano dovrà decidere nelle prossime settimane se accordare a Bush gli 87 miliardi che il presidente ha richiesto nel corso di un recente discorso ai suoi connazionali.

In Europa la situazione non è migliore. Il tasso di disoccupazione è mediamente intorno al 9% e il tasso di crescita non raggiunge lo 0,5%. Mentre Bush si appresta a combattere una difficile battaglia elettorale per il rinnovo del mandato presidenziale, i suoi colleghi europei vorrebbero aumentare la spesa pubblica per rilanciare l’economia, ma debbono tener conto, entro certi limiti, del Patto di stabilità e degli imbronciati ammonimenti del commissario Pedro Solbès, custode e sovrintendente delle finanze europee.

La quotazione dell’euro non favorisce le esportazioni verso gli Stati Uniti. Il rifiuto cinese di rivalutare lo yuan rende la Repubblica popolare sempre più minacciosamente competitiva. Non v’è paese dell’Occidente capitalista in cui la globalizzazione e il libero mercato non suscitino la diffidenza e l’ostilità di larghi settori della pubblica opinione.

Era davvero lecito immaginare che i paesi «ricchi» avrebbero accettato, in queste circostanze, di ridurre drasticamente i dazi sull’importazione dei prodotti agricoli provenienti dai paesi in via di sviluppo? Era realistico supporre che Bush avrebbe corso il rischio di spiacere ai gruppi sociali di cui avrà bisogno fra qualche mese per restare alla Casa Bianca? Quale leader europeo era disposto a sacrificare, in questo momento, i benefici che la Politica agricola comune assicura alla sua popolazione rurale?

Gli agricoltori rappresentano ormai una piccola percentuale dell’economia nazionale dei grandi paesi industriali, ma sono bellicosi, ben rappresentati e in alcune circostanze politicamente determinanti. Eppure le cose, con un po’ di perizia e buona volontà, sarebbero potute andare diversamente.

Sorge il dubbio che al fallimento del vertice abbiano contribuito altri fattori. L’America di Bush non sembra particolarmente interessata a valorizzare la WTO (Organizzazione mondiale del Commercio) ed è convinta di avere comunque la forza necessaria per stipulare accordi bilaterali con i suoi partner commerciali. I paesi in via di sviluppo hanno preferito rovesciare il tavolo della conferenza e segnare un punto nella battaglia mediatica per l’attenzione di una parte dell’opinione mondiale. E la presidenza messicana ha chiuso frettolosamente i lavori quando un’operazione di salvataggio poteva ancora essere tentata.

Sulle macerie di Cancun l’unico commento possibile è quello di Pascal Lamy, commissario europeo per il commercio internazionale: «Non si può dire che il round di Doha sia morto, ma certo ora è in terapia intensiva». Una nota di speranza proviene, paradossalmente, dalle cause del fallimento della conferenza. A Cancun è nato un nuovo gruppo, il G22, composto da paesi che sono ancora per molti aspetti sottosviluppati, ma hanno intrapreso un rapido processo di modernizzazione e registrato, in alcuni momenti, alti tassi di sviluppo.

Guidati da Brasile, Cina e India, questi paesi hanno certamente il diritto di pretendere che i paesi più ricchi rimuovano le loro barriere protezionistiche, esplicite e occulte. Ma hanno, anch’essi, le loro colpe e responsabilità: lavoro minorile, scarsa sensibilità per i problemi ambientali, protezionismo amministrativo, aiuti massicci alle industrie statali.

Il fatto che essi esistano ormai come gruppo li rende più forti, ma li costringe ad essere più responsabili. Prima o dopo, se vogliono continuare a crescere, dovranno accettare la logica dei vantaggi reciproci e negoziare con i paesi ricchi nuovi accordi che tengano conto delle reciproche esigenze. Da questo negoziato, che si terrà nei prossimi mesi a Ginevra, potrebbero emergere le condizioni di una nuova Cancun.

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