PERCHE’ ENEL
E’ LA FERRARI
DEL MIB 30

13 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

*Fabrizio Tedeschi e´ editorialista di Panorama Economy. Consulente di grandi banche e gruppi finanziari, per otto anni e´ stato responsabile della Divisione Intermediari della Consob a Milano.

(WSI) – L’Enel è la Ferrari del Mib 30. L’omaggio era quasi d’obbligo viste la
sede (Confindustria) e la presenza di Luca Cordero di Montezemolo,
presidente della casa automobilistica. Ma l’azzeccato paragone del
ministro dell’Economia Domenico Siniscalco potrebbe celare
un’involontaria metafora. Infatti, la Ferrari è uno dei simboli del made
in Italy ma, oltre al suo italianissimo presidente, deve i suoi successi
anche a un direttore generale francese e a due piloti stranieri.

Anche
l’Enel nel suo ultimo collocamento, equiparabile per il risultato quasi
a una vittoria di gran premio di Formula 1, è ricorsa a tre banche
straniere e a una sola italiana. A parere degli addetti ai lavori,
l’Italia ha fatto la parte del leone nel piazzamento al pubblico degli
investitori privati, mentre la succulenta quota istituzionale è stata in
larga misura appannaggio degli intermediari esteri e giocata quasi
esclusivamente sulla piazza di Londra.

La morale che si può trarre da
questa vicenda è molto semplice. Se non abbiamo in Italia banche
all’altezza delle operazioni da compiere, per dimensioni o per qualità,
non resta che rivolgersi a istituti e piazze stranieri, con un
sostanziale impoverimento della nostra realtà finanziaria (qualora ci
ostinassimo a credere che ancora possa esistere) e soprattutto generando
una dipendenza dall’estero per il finanziamento del nostro sistema. E
questo non ci viene detto da semplici imprenditori ma, nei fatti, dal
governo italiano, che colloca le sue privatizzazioni tramite banche
straniere e sulla piazza londinese.

In conclusione, la battaglia,
emotivamente condivisibile, per la difesa dell’italianità del sistema
bancario e finanziario, così come è stata condotta finora da Antonio
Fazio, ha prodotto come risultato la presenza
percentualmente più rilevante di tutta Europa di istituti stranieri nel
capitale di quelli italiani, una strutturale debolezza delle nostre
banche, che non sono né competitive né adeguatamente presenti
all’estero, in particolare sulle piazze più importanti, e una
emarginazione di fatto del mercato italiano che rischia di ridursi a una
dimensione locale. Se questi sono i risultati è ora di cambiare
strategia.

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