PERCHE’ E’ AUMENTATO IL COSTO DEL DENARO

12 Agosto 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – La singolarità della stagione che stiamo vivendo risiede nel fatto che le Borse di tutto il mondo hanno salutato il rialzo del costo del denaro in America (di 25 basis point) con un rialzo abbastanza clamoroso. Di solito, in questi casi, i listini arretrano, e anche abbastanza pesantemente. Invece, Wall Street ha fatto un balzo in avanti molto consistente (1,32 per cento il Dow Jones, 1,30 per cento lo Standard & Poor’s e addirittura 1,92 per cento il Nasdaq). E questo proprio quando, nei giorni scorsi, questi stessi listini avevano segnalato una fase di stanchezza piuttosto pronunciata. Con il Nasdaq che era finito, dopo tanto tempo, sotto quota 1800.

Congiuntura e tassi

L’evento merita una spiegazione. Nelle scorse settimane erano arrivati segnali preoccupanti a proposito del rallentamento dell’economia americana. Rallentamento piuttosto pronunciato: se fino a qualche mese l’economia Usa girava con una crescita intorno al 5 per cento, adesso è scesa probabilmente intorno al 3,5-4 per cento. Partendo da questa osservazione, più di un analista era arrivato alla conclusione che la Federal Reserve avrebbe anche potuto rinunciare a far salire il costo del denaro (come ampliamente previsto da tutti e di fatto già comunicato), proprio per dare un po’ di spinta alla congiuntura in frenata.

Ma Alan Greenspan e i suoi colleghi del Fomc (l’organismo della Fed che decide sui tassi) si sono comportati da politici consumati. Hanno pensato che, se avessero rinunciato a aumentare il costo del denaro, i mercati avrebbero pensato che la Federal Reserve era molto preoccupata per la frenata in corso. Rinunciare a far crescere i tassi, cioè, avrebbe avuto il significato di un’ammissione ufficiale delle relative difficoltà in cui si trova l’America.

Ma la linea ufficiale della Federal Reserve (e dell’Amministrazione Bush, che a novembre si gioca il rinnovo) è quella di negare che ci siano difficoltà gravi. La loro linea è che la ripresa va avanti, sia pure con qualche rallentamento fisiologico. A settembre, dicono, la corsa riprenderà. Probabilmente non ai ritmi tenuti nel primo trimestre del 2004, ma in modo abbastanza sostenuto.

Per dare sostanza e credibilità a questa linea la Federal Reserve non poteva “non alzare” i tassi di interesse. Fare il contrario avrebbe voluto dire ammettere delle difficoltà, come ho già detto, cosa che invece non si vuole assolutamente fare.

I listini e il denaro

I mercati hanno mostrato di credere alla mossa della Federal Reserve, probabilmente anche perché i corsi erano andati davvero un po’ giù e serviva un’occasione per ridare un po’ di spinta ai listini, che avevano preso davvero una brutta piega. Il Nasdaq sembrava deciso a tornare verso quota 1700, cioè verso valori abbandonati da anni: e questo avrebbe fatto una brutta impressione agli elettori che il 2 novembre dovranno decidere se rimandare Bush alla Casa Bianca per altri quattro anni o se sostituirlo con Kerry.

Insomma, i mercati volevano “credere” che tutto va bene e Greenspan li ha accontentati.
A questo punto la partita si sposta a settembre, quando la Federal Reserve, secondo i piani, dovrebbe aumentare ancora una volta il costo del denaro di 25 basis point. L’opinione degli osservatori e degli analisti è che non se ne farà niente.

E’ vero che Greenspan ha detto che la politica della Fed in materia di costo del denaro rimane “misurato” (cioè calmo e tranquillo), ma molti sono convinti che in questo caso la “misura” si tradurrà in un niente di fatto. Greenspan avrebbe dovuto aumentare il costo del denaro di 25 basis point a settembre e poi a dicembre, in modo da arrivare a fine anno a un costo del 2 per cento (contro l’1 per cento di inizio anno).

Adesso si ritiene che i prossimi due aumenti del 2004 non ci saranno e che quindi il costo del denaro, nel corso del 2004, passerà soltanto dall’1 per cento all’1,50 per cento. E questo ai mercati va molto bene.

Il futuro dei mercati

E’ difficile, comunque, che a breve i mercati possano crescere davvero in maniera regolare. La sensazione generale è che la corsa che dovevano fare l’hanno già fatta. A questo punto, più che le manovre di Greenspan, a contare sono le elezioni americane di inizio novembre. E la partita è ancora troppo incerta per consentire agli operatori di prendere delle decisioni assennate. Quindi stanno un po’ tutti alla finestra (salvo qualche breve rally come quello di ieri). E i listini, in queste condizioni, scivolano verso il basso.

Anche perché sugli stessi listini pesano due altre incognite (collegate fra di loro). E cioè: una possibile nuova stagione di terrorismo e i continui rialzi del prezzo del petrolio. Lasciando da parte per ora gli eventuali nuovi attacchi terroristici (sui quali nessuno, ovviamente, sa nulla), rimane il fatto che se il greggio si mantiene su questi livelli sarà inevitabile tagliare la crescita dei paesi industrializzati di un buon 0,50 per cento.

Lo 0,50 per cento può essere poco per gli Stati Uniti e la Cina, ma può essere quasi letale per l’Europa (e soprattutto per l’Italia) che viaggiano in questo momento con tassi di crescita di poco superiori all’1,50 per cento (dell’1 per cento nel caso dell’Italia). E poi, come è logico, ci saranno conseguenze sull’inflazione.

Se il prezzo del greggio rimane a questi livelli, insomma, potrebbero crearsi seri problemi tanto sulla crescita quanto sul livello generale dei prezzi e questo, soprattutto in Europa e in Italia, potrebbe dare luogo a una nuova stagione di conflitti sociali, assai difficile da contenere in una fase di quasi-stagnazione economica.

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