PERCHE’ BUSH VUOLE UN DOLLARO DEBOLE

1 Dicembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

“Questo del cambio è un problema che mai comprenderò”. Così confidava al suo diario il re di Spagna Filippo II alle prese coi banchieri genovesi. Dopo tanti secoli sono evidentemente ancora molti a trovarsi nelle condizioni di Filippo se, come accade, uomini politici anche di rilievo si abbandonano a dichiarazioni poco avvedute in merito al cambio attuale tra euro e dollaro.

Il cambio, vale dunque ricordare a tutti gli epigoni del re spagnolo, che almeno era sincero col suo diario, è il rapporto tra due monete. Quando esso si muove, a quale delle due monete attribuire la causa del movimento? Negli anni ´20 e ´30 del ´900, e poi a partire dalla fine del sistema di Bretton Woods, che durò dal 1944 al 1971 e coincise con una poderosa crescita dell´economia occidentale, economisti e politici si sono affannati attorno a questo problema. A partire dal ´71 tra dollaro e monete forti europee si sono registrati tre cicli completi di sopravvalutazione e sottovalutazione. I tre cicli del dollaro debole, che precedono quello appena iniziato , sono stati tutti marcati da un forte deficit dei conti esteri americani, sempre più gravi col passare dei decenni. Ad esso si sono accompagnati tassi di inflazione elevati, prezzi delle materie prime particolarmente alti, e deficit fiscali americani superiori ai livelli della prudenza.

Se si eccettua l´84, anno della rielezione di Reagan, tutti gli altri anni elettorali dell´era dei cambi flessibili iniziata il ´71 sono stati affrontati dalla presidenza uscente in condizioni di più o meno accentuata sottovalutazione del dollaro, frutto di una politica economica elettorale dichiaratamente espansiva.

Non sempre l´espansione fiscale e monetaria sono bastate ad assicurare al partito del presidente la permanenza al potere per un altro quadriennio. Ma non per difetto di sforzi. Ormai da molti anni tutti hanno capito che gli Stati Uniti, possessori dell´unica moneta veramente internazionale, del sistema finanziario più ampio ed evoluto del mondo, di una economia di dimensioni continentali perfettamente integrata al suo interno, e del solo apparato militare da grande potenza rimasto al mondo, sono l´unico paese veramente padrone del proprio destino, capace quindi di scegliere la politica economica ritenuta migliore a fini esclusivamente interni e di imporla al resto del mondo.

Questo vuol dire che i tassi di interesse a breve americani si formano in maniera indipendente da quelli del resto del mondo e li influenzano senza esserne influenzati.

L´Unione europea non è affatto nelle stesse condizioni. Innanzitutto non tutti gli stati che ne fanno parte hanno adottato l´euro. L´euro non è ancora una vera moneta di riserva. Non lo è perché l´economia europea, e in particolare il suo cuore industriale, raccolto attorno alla Germania renana, dipende in maniera pesante dalle esportazioni al resto del mondo. Il mercato finanziario europeo, inoltre, è molto grande solo per quanto riguarda il debito pubblico dei vari Stati, ma non per le occasioni di investimento in azioni e obbligazioni private che offre. Infine, ed è un elemento fondamentale, la politica fiscale europea resta privilegio di ciascuno dei paesi membri.

Tutto questo vuol dire che è ancora la politica economica americana a indicare la rotta all´intera economia mondiale, col deficit fiscale e dei conti esteri che decide di avere, e con i tassi di interesse a breve che la Federal Reserve impone ai mercati con le proprie azioni.

Nella prospettiva di una crescita interna meno robusta di quella ottenuta prima delle elezioni , il presidente Bush e il suo staff hanno evidentemente deciso di mantenere invariata la rotta di politica economica scelta per vincerle, puntando sull´indebolimento progressivo del dollaro, al quale permetteranno di allontanarsi sempre di più dai picchi di sopravvalutazione raggiunti nel 2001. Il deficit fiscale, in tempo di guerra, continuerà dunque a crescere e i tassi a breve saliranno a passo di lumaca malgrado il rimarchevole buco che si è aperto nei conti esteri del paese. Il presidente e i suoi collaboratori sanno che , rispetto ai massimi raggiunti nei precedenti cicli, la sottovalutazione del dollaro è ancora modesta.

Essa raggiunse nei confronti delle monete forti europee il 30% nel 1992 e addirittura il 40% nel 1980. Si aggiunga a ciò che il dollaro era ancora sopravvalutato del 30% nel 2001.
Ora siamo ancora a meno del 10% di sottovalutazione nei confronti dell´euro. Il rapporto tra le due monete ha dunque conosciuto ben altre oscillazioni prima che si sia arrivati ad accordi intergovernativi destinati a frenarle. Il governo americano sa di poter tirare ancora parecchio la corda senza temere che essa si spezzi.

E in questa opinione lo rinforza il sapere che i governi asiatici, che vogliono a tutti i costi tenere le loro monete aggrappate al dollaro, specialmente ora che è debole e tende a indebolirsi, continueranno ad assorbire (anche se con qualche mugugno) le valanghe di dollari che le autorità americane li costringono a comprare. La Cina, in particolare, ha una tale offerta di manodopera ancora da mobilitare, che può continuare a comprar dollari senza temere l´inflazione. E le importazioni a buon mercato dall´Asia continueranno a tenere a freno i prezzi anche negli Stati Uniti e nel resto del mondo sviluppato.

Di fronte ad una politica di ribasso del dollaro tanto esplicita non vale la pena cadere nella trappola che consiste nell´addossare le sue conseguenze internazionali alle autorità europee e addirittura nel ritenerle responsabili del dollaro basso. Vale la pena notare che il deficit dei conti pubblici è oltre il tre per cento sia negli Usa che nei principali paesi europei, che solo una piccola frazione percentuale separa i tassi della Bce da quelli della Fed. Ancora meno ragionevole è l´accusa rivolta agli europei di impigrire le proprie popolazioni in un welfare state troppo generoso. Lo stesso welfare state vigeva quando il dollaro era sopravvalutato e quando era sottovalutato. Così come il crollo demografico europeo, iniziato molto tempo fa, ha convissuto sia coi picchi che con gli abissi del cambio tra euro e dollaro.

Varrebbe la pena, invece, iniziare un serio dibattito sulla necessità che l´Euro divenga una vera alternativa al dollaro. Questo richiede integrare il mercato finanziario europeo, unificare la politica fiscale e quella delle opere pubbliche, riformando anche le modalità di finanziamento delle imprese private in Europa. E, soprattutto, iniziare una politica comune di grande respiro nel campo della ricerca scientifica e della tecnologia. Erano gli obiettivi di Lisbona. Ma il 2010 non è lontano e di progetti esecutivi se ne vedono davvero pochi.

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