Perché il Cavaliere deve temere le urne. Le 5 ragioni che fanno del voto un rischio per il PdL

23 Agosto 2010, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Non è una novità, il protagonismo di Bossi. Esibito anche in passato, quando la Lega contava molto meno. Tuttavia, Bossi (e, di riflesso, la Lega) raramente è apparso così determinato. Oggi, infatti, è lui a dettare i tempi e i temi della crisi. Senza preoccuparsi di nulla e nessuno. Nei confronti di Fini e dei suoi amici: «Bisogna cacciarli. Fini è invidioso e rancoroso». Il dialogo è tempo sprecato: «Meglio andare a votare subito».

Cioè: «A fine novembre, al massimo ai primi di dicembre». Lo ha ripetuto più volte, negli ultimi giorni. D´altronde, non c´è spazio per altre maggioranze, oltre a questa. Di fronte a governi tecnici il Nord insorgerebbe.
È già campagna elettorale. E Bossi non perde occasione per riproporre i temi dell´agenda leghista. In primo luogo, il “mitico” federalismo. Poi, la sicurezza (i soliti immigrati, il cui numero e la cui pericolosità sociale salgono e calano a comando. Magari a tele-comando. Secondo l´urgenza politica del centrodestra). Poi il Sud. Dove, secondo Bossi, Fini – il nemico di Tremonti – «vuole sprecare i soldi dello Stato».

Il protagonismo di Bossi ha reso lo stesso Berlusconi quasi un comprimario. Un partner livido e imbarazzato. Mosso da istinti e interessi personali più che da ragioni politiche – non diciamo “pubbliche”. Accecato dal risentimento verso Fini, il traditore. Deciso a fargliela pagare, a sputtanarlo. Quel moralista immorale che pretende di dar lezioni di pubblica morale.

Così Berlusconi, spinto dall´alleato e dall´istinto, ha imboccato la strada che porta a nuove elezioni. Che sembrano, francamente, inevitabili. Lo ha ripetuto ieri lo stesso premier. Nonostante i 5 punti posti a Fini e ai suoi fedeli, come condizioni non negoziabili. Tuttavia, non comprendiamo i motivi per cui Berlusconi e il Pdl debbano augurarsi nuove elezioni, al più presto. Anzi, nell´attuale situazione, vediamo 5 buone ragioni per cui Berlusconi, secondo noi, dovrebbe semmai temere il voto. E lavorare, almeno, per allontanarne la data.

1. La prima riguarda l´intera maggioranza. Richiama il rischio della delusione. Il malumore degli elettori di fronte a una coalizione incapace di garantire al Paese governo e stabilità. Dopo aver vinto nettamente le elezioni e conquistato una larga maggioranza parlamentare. Solo due anni fa. Una crisi politica nazionale dagli effetti imprevedibili, nel mezzo di una crisi economica internazionale profonda. Gli elettori, compresi quelli di centrodestra, potrebbero leggere in questi eventi i segni di un fallimento. Che coinvolge il progetto – ma anche la leadership – di Berlusconi. Il quale, insieme a Bossi, tenta di scaricarne per intero la colpa su Fini. Ma Fini è il socio fondatore del Pdl. Il partner di Berlusconi. Da 16 anni partecipe del medesimo progetto.

2. La seconda ragione riguarda il Pdl. Un partito cresciuto fragile. Gli elettori di An non l´hanno mai percepito totalmente come “proprio”. Il calo registrato dai sondaggi condotti in luglio ne riflette, in parte, il disorientamento. Per ora tende a tradursi in “non-voto potenziale”, che induce molti elettori del Pdl a non dichiarare la loro scelta. Così il partito si è attestato, nelle stime, intorno al 30% (secondo alcuni analisti anche meno). Cioè: quel che aveva ottenuto Forza Italia – da sola – nel 2001.

3. La terza ragione riguarda l´impianto territoriale del Pdl. Come ha gridato Bossi, Fini vuole fondare il “partito del Sud”. Il che significa: levare la terra sotto i piedi al Pdl. Unico partito “nazionale”. Erede – in questo – della tradizione democristiana e dei partiti di governo della prima Repubblica. Come può, il Pdl, immaginare di “tenere” su base nazionale, se si vede succhiare il bacino elettorale a Nord dalla Lega e al Sud da Fini, oltre che dall´Udc, Lombardo e magari Miccichè?

4. La quarta ragione, coerente, è che questo governo ha assunto una chiara identità “nordista”. È il governo di Bossi, Tremonti e Berlusconi. Garante del federalismo. Una riforma che nel Mezzogiorno è percepita, da un terzo dei cittadini, come un “pericolo”. Così, a Nord e a Sud, il Pdl rischia di essere considerato gregario della Lega. Mentre il vero premier appare Tremonti.
5. La quinta e ultima ragione è conseguente – e palese. Oggi il vero avversario, la vera minaccia, Berlusconi e il Pdl ce l´hanno lì, vicino a loro. È la Lega. È Bossi che, non a caso, continua a dare buoni consigli – per sé – che si traducono in altrettante insidie per Berlusconi.

Regala il Sud a Fini (e ai Centristi). Al Senato, soprattutto, potrebbe costare molto caro. Destabilizza il governo e la maggioranza, gridando: «Al voto! Al voto!».

D´altra parte, paradossalmente, la Lega continua ad apparire – ai suoi elettori – opposizione e governo al tempo stesso. Sta al governo, indubbiamente. Ma solo per “difendere il Nord”. Quasi un agente infiltrato a Roma, al servizio degli interessi padani. Bossi, agli occhi dei suoi elettori, non appare l´amico fidato di Berlusconi. A cui ha sempre garantito sostegno leale. In tutte le vicende giudiziarie, anche le più imbarazzanti. Ma, al contrario, un “controllore”. Un garante.

Così, Bossi, soffia sul fuoco. Qualsiasi cosa succeda, ritiene che la Lega possa guadagnarci. I sondaggi la stimano intorno al 12%. E, quindi, più del doppio nel Nord. Dovesse rivincere il Centrodestra, la Lega ne uscirebbe più forte. Anche perché, presumibilmente, il PdL ne uscirebbe più debole (soprattutto, ma non solo, al Sud). Dovesse perdere il centrodestra (ipotesi da non escludere), la Lega avrebbe di fronte altre opzioni. La più attraente e al tempo stesso inquietante: diventare il polo dell´opposizione. Non solo politica, ma allo Stato. Il Polo Nord. In fondo, governa già: in 2 Regioni (Veneto e Piemonte), in 14 province e in oltre 350 comuni. Ottenesse una ulteriore investitura politica, nell´anno del 150enario dell´Unità d´Italia, si rischierebbe uno strappo di proporzioni difficilmente prevedibili.

Tuttavia, non bisogna mai sottovalutare il Cavaliere. Fare i conti come fosse “fuori gioco”. Lui: non si arrende mai. Cade e si rialza. E in campagna elettorale dà il meglio di sé. La differenza dal passato è che, questa volta, non deve guardarsi dagli altri. Dagli avversari. Ma dai suoi alleati. E da se stesso.

Copyright © La Repubblica. All rights reserved