Perchè dobbiamo pagare noi la crisi?

2 Aprile 2012, di Redazione Wall Street Italia
Lidia Undiemi, economista e dottore di ricerca in Diritto dell’Economia, dei Trasporti e dell’Ambiente, comincia con questo articolo a collaborare con Wall Street Italia. Il contenuto esprime il pensiero dell’autrice e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Negli Stati Uniti la grande crisi finanziaria iniziata nel 2007 ha assunto l’aspetto dei “mutui subprime”, mentre in Europa lo stesso fenomeno si è manifestato sotto forma di “debito sovrano”. Nel giugno del 2010, il presidente Obama raggiunge l’accordo sulla riforma di Wall Street. Il cavallo di battaglia della nuova disciplina dei mercati finanziari è la trasparenza. Fra i principali punti del pacchetto spiccano i maggiori poteri attribuiti alla Fed in materia di controllo sulle attività speculative degli operatori finanziari, in primis le banche.

Washington ha dunque fatto una precisa scelta di campo politica, ossia attribuire la colpa ai responsabili del disastro limitandone i margini di operatività e predisponendo un sistema più efficace di tutela dei consumatori.

I leader europei, invece, hanno deciso di omettere questo primo grande pilastro di analisi politica, attribuendo il costo della crisi alla collettività, vittima indifesa delle mire espansionistiche dei grandi poteri finanziari.

Sulle cause della crisi, in Italia un input importante è arrivato dalla Corte dei Conti che ha denunciato che le privatizzazioni si sono ridotte a un mezzo per la gestione clientelare del potere politico-amministrativo. Si consideri inoltre che l’economia mafiosa si sta diffondendo a “macchia d’olio” in tutto il paese e che i principali settori produttivi strategici per la nazione sono costantemente aggrediti dagli speculatori che attuano sofisticate forme di evasione e di erosione dei conti pubblici. In questo contesto, l’aumento delle tasse, l’intervento sull’art. 18, la riduzione della spesa pubblica e le politiche di austerity in generale producono effetti devastanti sull’economia reale e sulla tenuta del sistema democratico.

Il vero punto di distacco fra la politica statunitense e quella europea è da rintracciare nella individuazione della colpa e dei colpevoli, un atto “rivoluzionario” iniziato con la riforma americana “antispeculazione” che il dibattito economico non ha saputo cogliere.

La maggior parte degli economisti si sono arenati sulla reazione del sistema economico all’austerità e alla politica monetaria espansiva. Da un lato c’è chi sostiene che l’austerità, per lo più la riduzione della spesa pubblica, ha un impatto negativo sull’occupazione e sull’economia. Per questa scuola di pensiero, di matrice keynesiana, è necessario rispondere alla crisi aumentando gli investimenti pubblici e stimolando i consumi. Al contrario, altri esponenti sostengono che per mettere in ordine i conti pubblici e rilanciare l’economia occorre attuare una politica restrittiva “lacrime e sangue”.

Chi ha ragione? Tutti e nessuno, dipende da chi sono i destinatari dei benefici e dei sacrifici.

Se le risorse monetarie vengono servite su un piatto d’argento agli speculatori, come sta di fatto accadendo in Europa con il trilione di euro che la BCE ha prestato alle banche all’1%, allora l’idea di espansione rappresenta un fallimento per l’economia di una nazione, visto che agli imprenditori e ai lavoratori in difficoltà non è concesso un simile privilegio.

Stesso risultato fallimentare si produrrebbe nell’ipotesi in cui gli investimenti fossero attuati in favore della spesa pubblica, dato che le “pedine” dell’economia sono saldamente nelle mani delle lobbies affaristiche che sanno benissimo come assorbire le risorse di un territorio e limitarne lo sviluppo in favore dei cittadini. In Italia questo fenomeno è molto più evidente rispetto agli altri paesi in quanto la speculazione spesso coincide con la corruzione, sia nel pubblico che nel privato.

Si arriva in tal modo al paradosso che uno stimolo agli investimenti non aiuta la crescita economica ma ammortizza, nel breve periodo, una situazione di depressione. Questo squarcio di verità s’intravede, ad esempio, nelle recenti dichiarazioni di due premi nobel Joseph Stiglitz e Robert Solow, che hanno manifestato significative perplessità circa l’effettiva incidenza degli incentivi monetari e fiscali nella gestione della crisi.

L’austerità fa bene se imposta a coloro che speculando hanno messo in ginocchio intere nazioni, e gli investimenti possono produrre effetti positivi per l’economia solo se si elimina la voragine speculativa al fine di destinare realmente le risorse alla collettività.

E’ per tale ragione che adesso la crisi del debito sovrano rischia di colpire anche gli Stati Uniti. “Il Presidente Obama è diventato paladino dei sacrifici”, afferma Paul Krugman, altro premio Nobel.

Il presidente americano ha avuto il merito di realizzare una riforma contro la speculazione basata sulla individuazione dei responsabili del grande problema economico, ma non è riuscito a porre in essere gli strumenti necessari per poterlo bloccare.

Voi, cari economisti, abituatevi a ragionare seguendo l’impostazione di un nuovo conflitto sociale mondiale: “speculatori contro produttori e lavoratori”.

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