PER UN CREDITO OBBLIGATO A RADDOPPIARE I CAPITALI

22 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

«E’ impossibile che in dodici anni nessuno si sia mai accorto delle truffe Parmalat». Non ci crede Ruggero Lenti. Non ci può credere dall’alto delle tre generazioni da piccolo industriale del settore agroalimentare, 70 dipendenti nell’unica sede di Santena. E’ stato anche in affari con Tanzi: «Una ventina di anni fa gli vendevamo i nostri prosciutti e già allora ci faceva penare nei pagamenti». La «Rugger spa Lenti» non ha mai avuto a che fare né con la Consob, né con la Banca d’Italia. I controlli però non sono certo mancati. «Da noi le fiamme gialle vengono ogni due anni, poi c’è l’ufficio imposte. Dodici agenti alla volta».

Non abbocca alle strenue difese, al «tutti parti lese», ai controlli che «ci sono stati per quanto è possibile», nemmeno l’ingegnere Franco Tasca, settore automotive, 200 dipendenti nell’omonima azienda a Carignano, pochi chilometri da Torino. Soprattutto non capisce come le banche abbiano continuato a concedere e organizzare il credito senza capire che c’era qualcosa di storto nei numeri di Fausto Tonna: «Due anni fa – racconta – quando il mercato era in crisi, per ottenere nuovi finanziamenti le banche mi hanno chiesto di raddoppiare il capitale». Istituti severi anche con Lenti che afferma di avere comunque un ottimo rapporto allo sportello: «Alcuni anni fa avevamo un’esposizione superiore rispetto al solito. Una somma pari al 50% del fatturato. Dovevamo investire sia in produzione che in pubblicità. Le banche hanno aumentato i controlli e hanno voluto vedere i conti ogni tre mesi».

Due storie dell’altra faccia della medaglia Parmalat. Le banche vengono in azienda, fanno le pulci e chiedono garanzie personali, fidejussioni, aumentano i costi dei servizi. «Negli ultimi due anni – è il calcolo di Tasca con il suo direttore finanziario – tra giorni di interesse sfavorevoli, spese per bonifici e conto corrente, l’aumento è stato del 30 per cento». E poi la lente dello Stato che scruta tutto. «Quattro anni fa – ricorda Lenti – abbiamo avuto la finanza in azienda per tre mesi.

Annunciavano l’arrivo un giorno e si presentavano, a sorpresa, 48 ore dopo. Hanno scandagliato i registri Iva, sono stati nel magazzino che da noi è un grande frigorifero, per ore e ore. Hanno spulciato le spese di rappresentanza, i conti promozionali, gli omaggi. Hanno controllato tutto. Senza connivenze è impossibile fare quello che hanno fatto alla Parmalat». Anche perché due anni dopo è arrivata una nuova ispezione. «Si sono fermati solo 15 giorni. Sapevano che noi eravamo a posto. Ci siamo messi a disposizione e abbiamo collaborato».

Certo nel confronto con le banche il rapporto conta ma può anche non bastare, come è successo all’ingegner Tasca: «La mia famiglia ha rapporti decennali con aluni istituti. Quando il settore auto è andato in crisi, in contemporanea ci sono stati anche alcune accorpamenti bancari. La somma dei fidi non è più tornata. Il giudizio sul merito del credito è stato troppo generico. Nel mio caso, ad esempio, non si è tenuto conto degli sforzi e dei miglioramenti gestionali. Hanno guardato il fatturato, sceso di qualche punto percentuale e basta. E non si è nemmeno valutato con la giusta considerazione a che cosa servivano i finanziamenti. Troppo spesso si accusano gli imprenditori di scarsa innovazione e poi, quando investiamo sui nuovi prodotti, incontriamo grosse difficoltà ».

«Nei convegni – conferma Lenti che è anche presidente della piccola industria torinese – si fanno tante belle parole. Il mondo del credito sembra estremamente disponibile. Nella realtà, le cose cambiano. Ma è un errore anche per le banche. I grandi del credito, secondo me, non hanno ben capito quanto si possa guadagnare con le piccole e medie industrie. Troppo spesso dobbiamo trattare con professionalità non all’altezza nel dare un giudizio sull’impresa e sull’imprenditore».

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