Per Renzi -0,7% è “taglio tasse storico”

17 Maggio 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Nella sua ultima newsletter il premier Matteo Renzi si è vantato di aver apportato un “taglio storico delle tasse” lodando in questo l’operato del suo governo nel combattere uno dei problemi che ostacolano la ripresa economica in Italia. Se si calcola il rapporto tra pressione fiscale e Pil, tuttavia, non si ottiene un simile risultato.

Prima dell’entrata in carica di Renzi nel 2013 la pressione fiscale era pari al 43,6% del Prodotto Interno Lordo. È rimasta poi pressoché stabile nel 2014 per poi calare dello 0,1% nel 2015, posizionandosi al 43,5%. Stando a questi numeri, non si può nemmeno parlare di riduzione delle tasse.

Se si tiene invece conto anche del bonus degli 80 euro per alcune persone tramite lo sconto dell’Irpef e si prende come metro di paragone il 2014, nel 2015 la pressione fiscale è scesa dal 43,2% al 42,9%, ossia dello 0,3%. In due anni è calata invece dello 0,7%. Con queste cifre è chiaro che non si può parlare di “taglio storico delle tasse“.

In generale negli ultimi 17 anni di serie storiche Istat si scopre che la pressione fiscale non ha fatto che aumentare, che è poi anche la sensazione della maggior parte degli italiani. Prima di Renzi, l’amministrazione guidata da Massimo D’Alema e il secondo governo Berlusconi riuscirono a ridurre il carico fiscale (se si ragiona sempre in termini di pressione fiscale). Tra il 1999 e il 2000 la percentuale è scesa dal 41,2 al 40%, mentre tra il 2001 e il 2005 è scesa al 39,1%.

In entrambi i casi le variazione percentuali negative sono di ampiezza superiore alla variazione del -0,7% registrata negli ultimi due anni di governo, che Renzi definisce “il più grande taglio delle tasse della storia”.

Perché gli italiani non se ne sono accorti

Secondo il presidente del Consiglio la gente non si accorge dell’abbassamento del carico fiscale, per colpa del pessimismo nei confronti delle condizioni generali. E in effetti su questo punto può aver ragione. Prendendo in considerazione anche fattori come lo stato d’animo, la percezione e le aspettative dei cittadini, si scopre che il quadro del “sentiment” è in linea generale ancora cupo in Italia.

Come dimostrano gli ultimi dati su spese, risparmi e fiducia nell’economia, gli italiani sono indubbiamente preoccupati della situazione attuale e dei mesi a venire dell’Italia. Probabilmente un quarto dei cittadini – ossia 10 milioni di italiani sui 40 milioni di contribuenti che hanno potuto giovare del bonus da 80 euro che il governo punta a far salire a 100 euro – hanno avuto l’impressione che le tasse siano scese.

Per le altre famiglie e imprese la fiducia sulle capacità dell’esecutivo di alleggerire la pressione fiscale è bassa. Tutte le stime legate alle componenti del clima di fiducia dei consumatori (economia, personale, corrente, futura) sono scese ad aprile. Riguardo alle aziende, il clima di fiducia è salito nel comparto manifatturiero, dei servizi e delle costruzioni, mentre è calato nel commercio al dettaglio.