PARTITO DELLA BORGHESIA: AGITA IL SONNO AI 2 POLI

5 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Nella linea d’ombra tra i due poli in evidente carenza d’ossigeno, in questo fine settimana si è materializzato un nuovo spettro: il partito della borghesia. A Capri, venerdì pomeriggio, Anna Maria Artoni, a nome dei giovani confindustriali, definisce vuota la finanziaria. Parole grosse, ma fin qui…

Il giorno dopo, Luca Cordero di Montezemolo getta in aria la cravatta azzurra e prende in giro il ministro dell’Economia chiedendosi come si dice in inglese collegato: forse «the collegate»? Offre ai sindacati un nuovo patto sociale. Chiama gli industriali a lanciare «una campagna per la concorrenza», un progetto definito «comune e trasversale».

Il giorno dopo, Stefano Folli nel suo editoriale sul Corriere della Sera, saluta «il Termidoro di Berlusconi», ma non come fatto in sé (cioè una svolta centrista e moderata dell’uomo che ha rotto le paratie tra affari e politica, promettendo una rivoluzione liberista), bensì come fase di transizione che ha «come obiettivo ultimo il rinnovamento complessivo delle classi dirigenti. Della classe dirigente politica in primo luogo. Perché la statura dei leader a destra come a sinistra si valuta anche da come stanno preparando la loro successione».

Insomma, siamo già alla successione. Per Berlusconi. Ma anche per Prodi (e non è una pura coincidenza che lo stesso giorno, all’interno della sinistra riformista, la questione sia stata messa sul piatto da Nicola Rossi). Ma chi saranno i successori?

E qui entra in campo l’aulica penna domenicale di Eugenio Scalfari. Dopo aver fatto a pezzi da par suo la finanziaria, il fondatore di Repubblica allude a «un nuovo gruppo di persone fuori dagli attuali schieramenti». E si chiede chi siano. «Un altro impresario, scusate un imprenditore? Cui sia venuto il prurito di far politica? Qualcuno che forse è rimasto in panchina e che adesso ha cominciato a scaldare i muscoli e che non sta né con la destra né con la sinistra, ma con se stesso?».

A Scalfari ricorda un «Berlusconi giovane». L’allusione a Montezemolo appare evidente. Il Berlusconi autentico, che forse sarà pronto a indossare la marsina di Fouché, ma prima vuole togliersi i suoi sassolini, aveva già dato l’altolà alle ambizioni politiche del presidente della Confindustria. Indicandolo quale delfino ideale, lo aveva avvertito che il sovrano è sempre lui e non ha intenzione di lasciargli lo scettro tanto presto. Montezemolo è «Il marranello» per il manifesto che però non è antipatizzante. Al contrario di Liberazione che denuncia «La tela neocentrista».

Di trame neocentriste in realtà in Italia se ne tessono molte, persino troppe. C’è quella neoguelfa (il cui leader era stato identificato in Antonio Fazio) che vede insieme componenti cattoliche conservatrici, annidate nella politica e nelle banche, per un ricambio interno al centrodestra. C’è il gran reshuffle, dopo il quale i mazzi di carte non saranno più quelli di prima (è il progetto attributo a Marco Follini che avrebbe come sponda Francesco Rutelli). E c’è l’ipotesi più ambiziosa, quella di rilanciare il mai materializzatosi (finora) «partito della borghesia».

L’idea era nata in casa Agnelli negli anni ’70, durante la prima crisi strutturale attraversata dall’Italia (gli sceicchi, le tensioni sociali, l’agonia del vecchio modello di sviluppo) e il primo vuoto di potere (con la irresistibile consunzione del centrosinistra). Partorita dalle menti di due intellettuali agnelliani, Vittorino Chiusano e Ubaldo Scassellati, i consiglieri più ascoltati da Gianni e Umberto.

Nel 1974 l’Avvocato diventa presidente della Confindustria e nella sua casa romana riceve esponenti di spicco del mondo industriale. Si discute di dar vita a una forza politica autonoma. O di confluire tutti in un solo partito. Oppure di collocare uomini forti in vari partiti. Ma l’operazione più ambiziosa è quella di far nominare Gianni Agnelli ministro degli Esteri, come garante della lealtà dell’Italia verso gli Stati Uniti e premessa per sdoganare il Partito Comunista. La Dc, con Amintore Fanfani in testa, blocca tutto. Ugo La Malfa, considerato la principale sponda politica, viene costretto ad allontanare dal suo governo tecnici come Rinaldo Ossola e Romano Prodi. L’ambizioso disegno finisce con la infelice esperienza nella Dc di Umberto Agnelli e del suo «progetto giscardiano».

Luca Cordero allora era un giovane avvocato agli esordi in casa Fiat. E i tempi sono cambiati. Ma l’Italia è davanti alla sua terza crisi strutturale (la seconda è stata a cavallo del 1992, con la crisi della lira e Mani pulite) e un’altra confusa transizione politica.

Montezemolo ha cominciato a parlare di nuova classe dirigente nel dicembre 2001, pochi mesi dopo aver rifiutato l’offerta della Farnesina che Berlusconi gli aveva fatto prima delle elezioni. E’ da allora che accarezza l’idea di una discesa in campo della quale la Confindustria può essere un passaggio chiave. E, fin dall’inizio, la sua è una presidenza forte, giocata su quella success story chiamata Ferrari e sulle proprie capacità relazionali, ma anche su una proposta. «Fare squadra» diventa un mantra ripetuto con ossessività buddista che fa squadra di per sé.

I nuovi rapporti con le banche (fatti anche di imprenditori amici nei consigli di amministrazione), le ripetute offerte ai sindacati, l’abile gioco di autonomia senza rotture con il governo, le strizzate d’occhio all’opposizione stando attento a tenerla sulla griglia, l’idea di rilanciare un sistema Italia che non esiste, tutto ciò è più di un abile gioco di specchi.

A chi come Scalfari lo considera «un Berlusconi giovane», contrappone una piattaforma politica non berlusconiana. A chi, a destra, lo accusa di preparare il governo dell’Ulivo, spiega che lui con il neo-dossettismo al quale si ispira il pensiero prodiano non ha niente a che fare. Vuol destrutturate i due poli? Per ora si colloca al centro della scena. Gli uni e gli altri debbono trattare con lui.

Quante divisioni ha Montezemolo? I suoi assets sono sotto gli occhi di tutti. E anche le sue liabilities, la principale delle quali si chiama Fiat. E’ vero, ha già spiegato di essere un presidente di transizione, anzi un ponte tra le generazioni degli Agnelli. Ma se il traghetto finisce travolto dalla piena, il traghettatore saprà nuotare tra i flutti? La scommessa della concorrenza è bella e rischiosa. Se vuol essere conseguente deve rompere gli intrecci perversi con il sistema finanziario e con lo Stato. Meno tariffe pubbliche e più profitti per una imprenditoria che vuol rinnovare la classe dirigente.

Tuttavia, invece di almanaccare su manovre, complotti e tele, sarebbe meglio misurarsi sui contenuti e spingere Montezemolo ad andare fino in fondo.

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