PAROLA D’ ORDINE: LAVORARE DI PIU’

18 Luglio 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – L’accordo raggiunto dalla Siemens con la maestranze di due fabbriche nel Nord-Reno Westfalia (accantonare il progetto di delocalizzare la produzione in Ungheria in cambio del ritorno alla settimana di 40 ore senza compensazione salariale), come era facilmente prevedibile, sta facendo scuola.

Nei pressi di Stoccarda 60.000 operai sono in sciopero contro la richiesta del gruppo Daimler-Chrysler di ottenere risparmi annui per 500 milioni di euro dai lavoratori per poter avviare la produzione della nuova classe C. Sempre a Stoccarda la Bosch ha richiesto il ritorno alla settimana di 40 ore alle proprie maestranze. La discussione non si limita all’interno dei confini tedeschi, ma sta divampando in Francia, dove si moltiplicano le pressioni per rivedere la legge sulle 35 ore varata dal governo socialista di Lionel Jospin. Anche nel mondo industriale svizzero, dove l’orario di lavoro settimanale si aggira attorno alle 40 ore, si sono già levate voci per chiederne un aumento.

Le ragioni di queste richieste del mondo industriale, che in Germania e in Francia rischiano di alimentare ulteriori forti agitazioni sociali, sono evidenti: la pressione concorrenziale provocata dall’apertura dei mercati è tale da non permettere all’industria di raggiungere livelli di redditività soddisfacenti se non spostando la produzione nei paesi a bassi salari oppure tagliando il costo del lavoro (in Germania è uno dei più alti del mondo). Questo obiettivo può essere raggiunto anche attraverso un aumento di 5 ore di lavoro la settimana senza compensazione salariale, poiché esso equivale ad una riduzione del 12,5% del costo del lavoro.

Queste misure sono sicuramente indispensabili per evitare la chiusura di alcuni stabilimenti, ma non risolvono sul lungo termine né il problema della concorrenza dei paesi a bassi salari, né quello più generale dell’occupazione. Infatti, se lo slogan sindacale degli anni scorsi, che suonava «lavorare meno, lavorare tutti», era del tutto errato (poiché considerava la quantità di lavoro come un dato non soggetto né ad aumenti né a diminuzioni, e, quindi, puntava a una redistribuzione più ampia di questo monte ore), altrettanto infondata è l’idea opposta, che potrebbe suonare «lavorare di più, lavorare tutti», poiché un aumento generalizzato dell’orario di lavoro senza un aumento delle retribuzioni non garantirebbe in alcun modo che la quantità aggiuntiva di beni e servizi prodotti venga assorbita dal mercato.

Anzi, il risultato finale, soprattutto nell’attuale situazione congiunturale, potrebbe essere deflazionistico. Quindi, queste misure hanno sicuramente senso a breve termine a livello aziendale, ma non risolvono il centro del problema, che è l’irresistibile attrazione rappresentata dalla possibilità di spostare la produzione in paesi dove il costo del lavoro (che comprende anche gli oneri sociali) è inferiore e in alcuni paesi è addirittura nettamente inferiore.

Questa possibilità sta già provocando alcuni effetti, che sono sotto gli occhi di tutti, come l’emigrazione dei posti di lavoro, una maggiore dispersione dei salari determinata dalla stagnazione (in alcuni casi anche dalla riduzione) dei salari per i lavori ripetitivi e/o meno qualificati e una difficoltà dei mercati del lavoro occidentali nel creare molti nuovi posti di lavoro ben retribuiti. Non è casuale che questo è il tema centrale della campagna elettorale statunitense ed è anche la principale causa delle ansie dei lavoratori europei.

Di questo si è resa conto anche la Commissione dell’Unione Europea che, come hanno già fatto molti stati americani, propone di tagliare ogni forma di sussidio diretto o indiretto alle imprese che delocalizzano la produzione verso i paesi a bassi salari. Ma queste misure non basteranno a frenare il fenomeno. Prepariamoci dunque a vedere continuamente crescere nei paesi occidentali la pressione per una riduzione del costo del lavoro. Quanto sta accadendo ora in Germania è solo l’inizio di un processo che è destinato ad allargarsi e a coinvolgere anche gli altri paesi europei.

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