PARMALAT, PRIMA I RISPARMIATORI

21 Dicembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Non che tutti la mattina facessero la colazione in casa, come nelle pubblicità della Parmalat, con le mogli sempre giovani e lucenti come modelle. Chi la mattina presto si versa il latte nella tazza, ha mogli casalinghe e vive al terzo piano, non in un parco lucente. Tuttavia poteva inzuppare i biscotti con calma, senza che gli venisse da pensare ai disastri della finanza. Ieri invece no. Anche se non era davanti al computer la sera prima, a leggere su Internet le agenzie americane che dicevano che i 4 miliardi di Parmalat alla Bank of America proprio non c’erano.

Il nostro consumatore di cappuccino ieri mattina non sapeva che Merrill Lynch un anno fa già consigliava di non dar troppa fiducia ai titoli della Parmalat. Né sapeva di come dall’estate sia palese l’intento del ministro Tremonti di ridimensionare la Banca d’Italia nella sua funzione di vigilanza. Neppure, certo, alla prima colazione del sabato, si poteva chiedergli di saperlo. Tuttavia, sorseggiando il latte davanti al giornale, una qualche rabbia deve essere venuta anche a lui. Perché nemmeno ci si può più fidare di chi vende latte coi biscotti. Persino in un’industria, il cui atto più scabroso doveva essere tirare le tette alle mucche, è arrivato l’imbroglio della finanza. Addirittura in America una banca molto rinomata avrebbe creato una società chiamandola «buconero», per dare i soldi a una controllata della Parmalat. E il tutto certo non per farci bere il latte col caffè alla mattina.

Ulteriore riprova che la realtà supera sempre l’immaginazione: fosse stata la sceneggiatura di un film comico sarebbe stata scartata come troppo irrealistica. Oggi purtroppo è divenuta più che reale. E mostra che nei bilanci di qualunque impresa, anche della più onesta, nei profitti non si riesce più a separare l’industria dalla finanza. Ma, se si ha qualche risparmio, che una mucca finisca alle Isole Caiman, basta a rovinare la colazione.

E viene più che lecito chiedersi: che fine hanno fatto i controlli? Lo vuol sapere anche il ministro Tremonti, che con qualche ragione in estate aveva chiesto già chiarimenti, circa Parmalat, al Cicr, Comitato interministeriale per il credito e risparmio. E’ il suo momento. Pomodori pelati, Lazio e Roma, amicizie di Tanzi, avvisi di garanzia a Capitalia, tutto pare comporsi in esecrabile affare romano o per meglio dire papalino. Migliore occasione per compiacere l’onorevole Bossi e togliere alcune funzioni di vigilanza alla Banca d’Italia, per darle a un’Authority, non potrebbe certo darsi. Tuttavia la magistratura indaga; e sulla vigilanza, andrebbe prima pur sempre verificato chi ha ragione, se quanti puntano il dito all’estero e contro i revisori, o gli altri.

Si tratterebbe peraltro di capire se davvero in questo buco nero sono meno esposte le banche italiane di quelle estere. A mettersi insomma solo a litigare si rischia ora il massacro, una perdita di credibilità del sistema bancario; per dirla in un modo che non faccia andare di traverso il biscotto al nostro consuma tore domenicale di caffèlatte. L’esito della disputa sulla vigilanza è forse meno importante del come ci si arrivi, dunque di come si conduca la questione Parmalat in questi giorni.

Occorre equanimità. E appunto perciò di non indebolire banche e Via Nazionale, mentre coordinano la soluzione della parte del dissesto che ci riguarda. Il gesto di Unicredito che si è assunta le sue responsabilità cogli acquirenti delle obbligazioni Cirio è certo quello giusto, perché positivo. Atti altrettanto positivi dovrebbero venire da tutti, in questi giorni, che sono poi quelli in cui cento e dieci anni fa la Banca d’Italia iniziò a funzionare.

Il 28 dicembre del 1893, il consiglio superiore della banca nominò i suoi vertici, e i giorni seguenti due riunioni tecniche la resero operativa. La banca nasceva dalla fusione di altre tre istituti d’emissione, anche per porre rimedio allo scandalo della Banca Romana. Giolitti convenne che non era bene che il governo mettesse un uomo suo a dirigerla; l’ufficio d’ispezione non si sarebbe più svolto in maniera ef ficace. Certo è strano come la storia si contorca rovesciandosi, e giri come il cappuccino per una cucchiaiata.

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