PARMALAT,
L’OMBRA DI MEDIOBANCA
SU TANZI

11 Dicembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Un vecchio salvataggio in stile Mediobanca, ma senza Mediobanca (per ora). Con il passare delle ore la situazione di Parmalat si fa sempre più disperata, e ormai nessuno sul mercato fa il minimo affidamento sui numeri perché, per dirla con l’umorismo anglosassone (stavolta involontario) di un’analista di Standard & Poor’s: «Dopo quanto è successo negli ultimi due giorni, abbiamo motivo di dire che le informazioni fornite da Parmalat a noi e al mercato sulla propria situazione di liquidità fossero fuorvianti».

Nessuno sa – ad esclusione, forse, di Fausto Tonna che ha lasciato il posto direttore finanziario a marzo, ma è rimasto nel cda – quale sia la reale situazione finanziaria del gruppo. Ma l’impressione e che siamo all’anticamera dell’inevitabile come dimostrano la doppia bocciatura di S&P’s sul rating (ormai CC, anticamera del default) e soprattutto le quotazioni dei bond del gruppo che danno per scontata l’insolvenza.

Il 15 dicembre, data ultima per pagare il bond in scadenza, Parmalat dovrebbe tirar fuori una cifra ridicola – qualche decina di milioni di euro – se è vero che gran parte di quell’emissione è gia stata ricomprata dalle società del gruppo. Ma la cassa è vuota e quei soldi arriveranno solo se le banche creditrici saranno certe che la strada del default non è quella da adottare.

Una risposta che tutti si aspettano da Enrico Bondi, superconsulente, per ora senza incarichi operativi, che sarà chiamato a sbrogliare una matassa che coinvolge più di cento società sparse in 44 paesi, con una notevole rappresentanza di tutte quelle nazioni con una legislazione fiscale particolarmente favorevole e controlli molto blandi. E i dubbi ormai non si limitano solo al castello finanziario che va dai Caraibi al Lussemburgo, ma si concentrano sulla stessa salute delle società operative disperse su cinque continenti, frutto di una bulimica campagna acquisti: Parmalat in tre anni ha acquisito 44 società per una spesa cumulata stimabile ben oltre i 3 miliardi di euro e non le ha mai riorganizzate.

Bondi ieri è stato convocato dalla Consob insieme Calisto Tanzi e ai sindaci del gruppo per fornire le prime spiegazioni, chiarimenti che sono necessari alla prossima riammissione del titolo sospeso da tre giorni. E ora sarà chiamato a dare un giudizio in tempi brevissimi sulla fattibilità del salvataggio, se il responso sarà positivo, lui prenderà le redini operative – nel 2004 per evitare ogni coinvolgimento su eventuali «misfatti contabili» compiuti finora – e procederà a fare quello per cui è diventato famoso: tagliar teste e costi.

E tra le “teste” c’è anche quella di Calisto Tanzi e della sua famiglia. E qui si ritrova il classico «schema Mediobanca» che in ogni salvataggio prevede l’imposizione di manager di fiducia e sul fronte azionario i vecchi proprietari sono “fatti sparire” attraverso: prestiti convertibili, aumenti di capitale o la trasformazione dei debiti in azioni. Già prevista anche la resistenza che la famiglia Tanzi tenterà di frapporre, ma normalmente – l’ultimo caso è il risanamento ancora in corso del gruppo Lucchini – i risultati sono scarsi.

L’unico elemento di anomalia e proprio l’assenza di una banca capofila. Anche il mercato se ne accorto e sta punendo prudenzialmente tutti i titoli a Piazza Affari in attesa di capire chi si sobbarcherà i pesi maggiori. Un tempo sarebbe stata Mediobanca ora, visti i rapporti tra Tanzi e Cesare Geronzi il candidato naturale sarebbe stato Capitalia o la sua banca d’affari Mcc (di cui i Tanzi sono anche azionisti), ma l’avviso di garanzia che ha colpito il presidente di Capitalia ha bloccato tutto. Tra in candidati autorevoli alla ristrutturazione c’era fino a pochi giorni fa Deutsche Bank di Vincenzo de Bustis, ma l’incarico non è mai arrivato, forse bloccato dagli altri creditori. Alla fine chi meglio di Piazzetta Cuccia potrà interpretare il ruolo di regista in un copione che lei stessa ha inventato?

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