PARMACRACK,
LA BANALITA´
DEL LATTE

7 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Fausto Tonna, ex direttore finanziario di Parmalat e fino all’ultimo uomo di fiducia di Calisto Tanzi, non e´ certo proclive alla captatio benevolentiae. Irritato per i giudizi della stampa, che considera illazioni infondate, ha augurato ai giornalisti, tra vapori di zolfo, una “morte lunga e dolorosa”.

La battuta e´ rara, e in quanto tale anche buona o per lo meno schietta. E la categoria piu´ maramalda del mondo probabilmente la merita (non la morte lenta e dolorosa, la battuta). Tonna pero´ ha poi ripetuto, anche nell’ultimo interrogatorio reso ai procuratori che indagano sul crac dell’azienda, di aver “obbedito agli ordini”. Ovviamente per lui, come per qualunque altro sospettato, vale il diritto alla difesa, che si esercita nel modo che si ritiene piu´ efficace.

Se questa linea di condotta sarcastica e vittimistica gli sara´ utile in sede giudiziaria, e´ affare che riguarda giudici e avvocati. Fa comunque una certa impressione, se non altro dal punto di vista estetico, sentir ripetere la formula diventata celebre con il processo Eichmann e piu´ recentemente ripetuta dalla difesa di Erich Priebke.

Agli ufficiali nazisti, giustamente, queste giustificazioni non sono bastate, anche perche´ i loro crimini contro l’umanita´ erano di una gravita´ incomparabile. Tuttavia e´ vero che la catena di comando hitleriana non ammetteva deroghe e si presentava come una grigia e orripilante macchina di fedelta´ burocratica al capo, la famosa “banalita´ del male” di Hannah Arendt.

Dire di no a Calisto Tanzi, invece, se anche avesse ordinato esplicitamente di confezionare documenti falsi a sostegno di una truffa colossale (fatto che naturalmante e´ tutto da provare), poteva comportare tutt’al piu´ una revoca dell’incarico professionale. La responsabilita´ di Tanzi, per sua stessa ammissione, e´ indiscutibile.

E’ difficile credere pero´ che sia esclusiva. Resta comunque il fatto che la Parmalat non era l’incarnazione parmigiana del Fuehrerprinzip, che chi ha collaborato ai reati aveva il diritto (e forse anche il dovere) di dire di no.

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