PARMACRACK: QUATTRO SOLDI, POCHE VECCHIETTE

28 Dicembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Un anno dall’arresto di Calisto Tanzi, a Milano il 27 dicembre 2004. I fidati Tonna, Del Soldato, Zini e i revisori Bianchi e Perna lo seguiranno dietro le sbarre il 31. E tuttavia, a un anno di distanza, non sappiamo ancora nemmeno quale sia davvero la data, da ricordare come quella che «da allora in poi si sapeva che i conti di Parmalat erano falsi». Non lo sappiamo perché la tesi ufficiale delle banche prestatrici e collocatrici di titoli, è sempre stata di aver appreso che qualcosa – diciamo così – non quadrava nella giungla ramificata dei conti intergruppo, da Collecchio alle controllate ai quattro angoli della terra, solo il 6 dicembre 2004, quando fu Matteo Arpe di Capitalia a ingiungere ai vertici Parmalat in una riunione straordinaria di banchieri di tirar fuori gli 80 milioni di euro per onorare il bond in scadenza a dicembre: «Avete più di 4 miliardi di liquidità dichiarata da Bonlat come esigibile dal fondo Epicurum, che problema c’è mai allora per 80 milioni?». Richiesta alla quale seguì in due giorni il tracollo, perché quei miliardi semplicemente non esistevano che sulla carta.

Eppure ancor oggi non sappiamo affatto se la data della “scoperta” fosse quella, come giurano da quel dì le banche. O se invece fosse anteriore, e di quanto. Magari di otto mesi, come è il fondato sospetto del procuratore di Parma Vito Zincani, visto che il 10 aprile 2004 da tutti gli interrogatori raccolti risulta si sia tenuta un’altra riunione interbancaria, dove diversi vertici di istituti sembravano avere elementi concreti sulla inattendibilità dei conti di Parmalat. O magari prima ancora, sempre che sia vero quel che ai magistrati ha dichiarato Tanzi puntando sul vertice dell’allora Banca di Roma per operazioni precedenti come la cessione di Newlat da Cragnotti a Parmalat e per l’acquisizione di Ciappazzi nel 2003, oltre che su molti prestigiosi istituti esteri come Deutsche Bank, Ubs, Morgan Stanley e Bank of America – sospettati dai magistrati parmensi di operazioni e rientri dolosi negli anni precedenti – e anche su banchieri come Federico Imbert di Chase Mahattan, messo a parte ancor prima secondo Tanzi da lui stesso – «era l’unico banchiere di cui mi fidavo per davvero» – dei guai crescenti nei quali 13 anni di falsi eretti a sistema esponevano il gruppo di Collecchio.

Si dirà: e che differenza fa, la data giusta? Altro che, se la fa. Perché a oltre un anno di distanza è vero che intanto è chiaro chi sta nella colonna dei “buoni”, in primis e senza paragoni il taciturno risanatore e commissario straordinario di 16 società del gruppo, Enrico Bondi, che da allora a testa bassa in silenzio e con pochi fidati collaboratori ha ricostruito la situazione debitoria, consentito al Tribunale di Parma l’iscrizione al passivo dei creditori, redatto un nuovo credibile piano industriale, e ceduto una montagna di società estere per riavviare Parmalat sul core business e ricollocarla in borsa a inizio 2005.

Ed è chiaro altresì che tra i “buoni” hanno titolo per figurare anche le due Procure. Quella di Milano che ha chiuso a tempo di record l’inchiesta per aggiotaggio, false comunicazioni sociali e ostacolo all’attività di controllo della Consob nei confronti di 27 imputati, i vertici del gruppo naturalmente, poi sindaci revisori e certificatori, oltre a Deloitte & Touche, Italaudit e Bank of America come persone giuridiche: il rinvio a giudizio è atteso prima dell’estate 2005, bisognerà decidere quanti degli oltre 7.500 soggetti che hanno chiesto di costituirsi parte civile ammettere, e poi si andrà al dibattimento. E a fianco di Milano la Procura di Parma, che indaga sulla bancarotta fraudolenta e sta valutando ancora , appunto, se stralciare la posizione dei banchieri coinvolti per chiedere un supplemento d’istruttoria.

Perché la magistratura sa bene che coi banchieri non si scherza, sono stati loro per un anno ad atterrare con energia la politica ogni qualvolta questa ha tentato di toccare le responsabilità e le regole del mondo del credito, dunque prima di chiedere un rinvio a giudizio per i banchieri bisogna che il dottor Zincani reputi di avere elementi schiaccianti. Per non finire a propria volta schiacciato. Nella colonna dei cattivi, appunto: insieme ai politici che in un anno non sono riusciti a venire a capo della riforma del risparmio, e ancora sono impantanati in un braccio di ferro se procedere a una vigilanza per funzioni e non più per soggetti oppure no, se togliere a Bankitalia l’antitrust nel credito oppure no, se concedere alla Consob l’accesso automatico alla centrale rischi creditizia di via Nazionale oppure no, e via proseguendo.

Sarà proprio il dottor Zincani – oltre ai due procedimenti stralcio aperti a Milano per concorso in aggiotaggio da parte delle banche e per le modalità e la tempistica di vendita dei bond del gruppo da parte degli istituti di credito, stralci per i quali è stata richiesta una proroga d’istruttoria – a dirci se tutto il pandemonio di un anno intero e la testa tagliata a Giulio Tremonti siano stati solo un imbarazzante fuor d’opera di chi voleva approfittarne per limare le unghie a un incolpevole governatore della Banca d’Italia e alle sue banche azioniste, o se invece c’era, oltre agli amministratori di Parma, chi sapeva e faceva gli affari propri, cioè i banchieri. Non è un compito da poco, anzi. E’ però molto indicativo e abbastanza penoso, che ancora una volta sia la magistratura, di fronte ai balbettii, alle divisioni e alle impotenze della politica, a doversi misurare con un ruolo di così pesante supplenza rispetto a tutto il resto dei poteri pubblici che se c’erano dormivano, e rivendicano ancora il diritto al sonno e all’esser di sasso.

Di Bondi e dei suoi meriti, tante volte abbiamo scritto su queste colonne ed è appena il caso di ripetersi per sintesi. Ci auguriamo solo che appena poste le premesse per ricollocare nel 2005 in Borsa la newco Parmalat, la sua opera preziosa già sperimentata in Montedison, Lucchini e a Collecchio riesca prontamente a evitare nuovi e assai più ingiusti tracolli che si minacciano alle viste, come per esempio quello che le banche creditrici e per atti d’ufficio la Procura di Monza stanno realizzando ai danni di un altro primario gruppo italiano, la Impregilo dei Romiti. Certo, il Tribunale Civile di Parma non ha accolto la linea bondiana che aveva proposto una scrematura assai sostanziale dei crediti ammissibili al passivo Parmalat di molte banche straniere ed estere.

Lo stato passivo è così lievitato vicino ai 20 miliardi di euro, sono circa 10 mila i creditori che dovranno votare sui parametri di scambio proposti in concordato per le 16 società in amministrazione straordinaria, premessa obbligata per procedere poi a un prospetto informativo per la quotazione da sottoporre al via libera di Consob e Borsa Italiana. E’ ovvio che a quel punto il mandato di Bondi sarebbe terminato. Non foss’altro che per la ragione di trovarsi come primari azionisti proprio parecchie di quelle banche nei confronti delle quali ha chiesto al giudice fallimentare un vigoroso abbattimento delle loro richieste di insinuazione al passivo: per la cronaca, tra le banche italiane, a guidare la graduatoria dei crediti ammessi sarebbe il Sanpaolo con 386 milioni, Capitalia con 353, Intesa con 248, Bnl con 189, la Popolare di Lodi con 169, Unicredit con 116.

Ma la prova che Bondi ha fatto il miracolo di tenere in piedi la parte sana di un’attività industriale attualmente e conservativamente valutabile in non meno di 1,5 miliardi di euro sta nel fatto che i margini di Parmalat sul mercato italiano hanno tenuto. A un anno dal crac, la quota Parmalat nel mercato italiano del latte UHT è passata dal 27,2 al 26,6 per cento, nella besciamella dal 47,5 al 46,2, nei succhi di frutta dal 13,6 al 13,2, la panna ha perso due punti ma tiene al 32 per cento, e nello yogurth la quota del 6,2 per cento è in forte crescita. Il numero dei marchi è stato potato dai bulimici 130 a 30, le categorie di prodotti sono scese da 20 a 7, sono state cedute o liquidate le partecipate e controllate in una filza di paesi dal Messico alla Thailandia, dal Nicaragua a Santo Domingo, dal Cile all’Argentina, ceduti i biscotti americani Usa Mothers e, prossimamente, le merendine Mr Day e Grisbi.

I ricavi dei primi 10 mesi sono perfettamente in linea con gli obiettivi posti a giugno dal pauciloquente Bondi, 3,6 miliardi al 2004 in graduale ascesa sino a 4,1 nel 2007, con un margine operativo lordo di 270 milioni quest’anno in crescita sino a oltre 450 tra 3 anni, e un Mol sui ricavi pari al 7 per cento oggi e in ascesa sino al 12,5 entro il 2007. Non è un caso, che molti fondi americani già si stiano preparando in vista della quotazione e battano alla porta di molti creditori del gruppo chiedendo loro di subentrare nel capitale della Newco: sentono aria di apprezzamento del titolo, sono la miglior conferma sul mercato che l’aretino salvaziende è uno dei pochi manager italiani ormai divenuto mito a livello mondiale.

Quanto al bilancio politico, il conto purtroppo è noto. Tremonti, il 20 gennaio di un anno fa, si presentò in Parlamento all’indagine conoscitiva rivelando che da molti mesi, convocando il Cicr e ottenendone contestazione da Bankitalia, aveva chiesto a più riprese e con lettere formali particolari su emissioni e operazioni, Parmalat compresa, senza mai ottenere risposta. Fece trapelare dalle colonne del Sole 24 ore uno schema di riforma complessiva e coraggiosa, sul modello della FSA britannica, che immediatamente arroventò il confronto. Fazio, il 27 gennaio, venne sottoposto a un’audizione che resta la testimonianza più alta dell’intera legislatura su questi temi, con commissari che lo interrompono e lo incalzano, mentre egli afferma che la stabilità del risparmio italiano garantita dall’articolo 47 della Costituzione significa stabilità delle banche, e che dunque esse non devono fallire, non certo i risparmiatori.

Cardia per la Consob e Tesauro per l’Antitrust si schierarono su posizioni molto diverse da Bakitalia, e allora sembrò quasi che la riforma fosse a un passo. I banchieri si disposero a raggiera. La miglior difesa tecnica fu quella di Profumo, una vera lezione su come Unicredit sia organizzata secondo il criterio dei chinese walls per impedire il conflitto d’interesse, ma il suo «potevamo non sapere» lasciò tutti freddi. Molto più politicamente avveduto Passera, che scaldò i cuori ammettendo all’esordio «noi tutti potevamo fare di meglio e abbiamo mancato in qualcosa».

Le commissioni indipendenti per valutare le richieste dei risparmiatori guidate dai Guido Rossi, transazioni come quella recente di Nextra per non essere trascinata in giudizio, nascono proprio da quelle parziali ammissioni di responsabilità, sulle quali toccherà purtroppo solo ai magistrati dire l’ultima parola. Cesare Geronzi, il 20 febbraio, si esibì invece in una prova letteralmente mozzafiato, tanto che gli furono rivolte dai parlamentari pochissime domande a differenza dei colleghi. La sua memoria scritta era visibilmente opera degli avvocati di Capitalia, invece di diffondersi su spiegazioni sistemiche dava una versione puntigliosamente autodifensiva, operazione per operazione, di tutte le circostanze sulle quali la stampa e i primi interrogatori degli indagati avevano accostato il vertice di Capitalia all’intera parabola di Cragnotti da una parte, e a molti decisivi passaggi della vita dell’azienda di Collecchio dall’altra. «Non ho incarichi operativi, mai incontrato clienti», la tesi rocciosa di Geronzi.

A maggio, la riscrittura del testo iniziale di riforma tremontiana sembrava avviata in maniera bipartisan – ricordate il famoso “spirito Aspen” – a cogliere comunque non solo un rafforzamento molto forte della Consob, ma ancora a a cogliere l’obiettivo di non perdersi per strada il riordino della vigilanza bancaria. A quel punto, ecco l’affondo finale su Tremonti, la sua defenestrazione, e l’imbarazzo successivo di un governo che finora non ha mai voluto dire una parola definitiva, sul testo di una riforma che pochi convinti difendono ancora come “ampio”, mentre il partito trasversale filobancario assai forte nella maggioranza come nell’opposizione ha invece sempre più voluto ridurla a poche norme di rafforzamento della Consob, e per il resto tutto come prima.

Il braccio di ferro tra banche e politica l’hanno vinto le prime, se si tiene conto che il 5 gennaio 2004 era stato il portavoce di Forza Italia in persona, Bondi anche lui ma Sandro, a chiedere le dimissioni del governatore. Gli 85 mila risparmiatori che ancora aspettano di capire chi e come li abbia truffati, oltre naturalmente alla banda di Collecchio per vent’anni riverita dai salotti italiani e da Confindustria, attenderanno ancora. In fondo, «quattro soldi, poche vecchiette», come li definì non al meglio della sua generosità Antonio Fazio in Parlamento, il 27 gennaio 2004.

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