PARMACRACK, IN PERICOLO A CREDIBILITA’ DEL SISTEMA

16 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Dalle indagini sul caso Parmalat cominciano ad emergere alcune risposte ma soprattutto si profilano molte domande.

Dal lato delle risposte, si può concludere che la mappa del debito del gigante del latte e l’esposizione delle singole banche sono ormai abbastanza ben delineate e che i meccanismi di alcune frodi finanziarie recenti sono in via di chiarimento. Il danno materiale appare rilevante per un numero ristretto di istituti bancari e grave, o gravissimo, per alcuni gruppi di risparmiatori – per i quali, come per i fornitori non pagati, si potrà studiare qualche misura di sollievo – ma non tale da compromettere la tenuta del sistema bancario o da intaccare sensibilmente la massa totale del risparmio investito in titoli azionari e obbligazionari.

Di ben altra importanza potrebbe risultare invece il danno morale, ossia la perdita di credibilità del sistema finanziario italiano a livello mondiale e la contemporanea perdita di fiducia dei risparmiatori nei confronti delle banche. Questi due fattori potrebbero rendere più difficile e più costoso il finanziamento mediante debito, sul mercato internazionale, di imprese e banche del nostro paese e quindi gettare sul nostro sistema un’ulteriore ombra di cui non abbiamo sicuramente alcun bisogno.

Dal lato delle domande ancora senza risposta, va rilevata, prima di tutto, l’incongruenza fondamentale tra l’immagine della famiglia Tanzi, radicata in una società provinciale assestata e benestante, riservata e sensibile ai problemi sociali, e la smodata voglia di frodare che sembra trasparire da molte operazioni; tra l’enormità delle cifre che, sottratte ai bilanci, son passate tra le mani del gruppo dirigente e la normalità del tenore di vita di questo gruppo, sicuramente ricco ma non particolarmente vistoso o arrogante.

Come si concilia la figura dell’imprenditore benevolo e benvoluto con quella dello speculatore-evasore? Che fine hanno fatto tutti quei soldi? Sono davvero evaporati in speculazioni sbagliate, condotte nell’arco di quindici anni, oppure giacciono ben nascosti, depositati in banche di isole esotiche? Nessuna indagine sarà completa senza aver fornito risposte soddisfacenti a queste domande fondamentali.

Se il ruolo dei Tanzi rimane in qualche misura enigmatico, anche su quello degli operatori finanziari – italiani e stranieri – è indispensabile un chiarimento: in che misura questi operatori sono stati inconsapevoli rotelle dell’ingranaggio finanziario della Parmalat e in che misura possono avere coscientemente assecondato un progetto illegale?

Il discorso si innesta qui sul problema del funzionamento dell’intero mercato finanziario mondiale e sull’inefficacia dei controlli, prevalentemente, ma non solamente, italiani. La via del miglioramento non passa probabilmente per la moltiplicazione degli organi preposti a tali controlli, ma per un coordinamento più robusto e per regole più incisive.

Non è, e non deve diventare, un discorso di parte, ma anzi l’occasione di una convergenza tra forze politiche antagoniste, favorita dalla natura tecnica di molti dei problemi da affrontare. Se proprio dobbiamo scorgere qualcosa di buono in questo disgraziatissimo episodio, lo dobbiamo ricercare nella possibilità che esso offre a maggioranza e opposizione di cercare assieme, su un problema importante, una soluzione ragionata e condivisa.

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