PARMACRACK, BONDI A CACCIA DI 100 MILIONI

5 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Alla Parmalat servono tra i 50 e i 100 milioni di euro. Servono in fretta, per fare girare le ruote del gruppo alimentare, mandare avanti la produzione e pagare dipendenti e fornitori. A cercarli è Enrico Bondi, il commissario straordinario del gruppo di Collecchio che da domani inizia un fitto giro di incontri con le banche che potrebbero intervenire nel salvataggio dell’azienda di Collecchio. E anche se con il congelamento delle posizioni seguito alla Prodi ter, il cash flow generato dall’attività ordinaria resta all’azienda (garantendone così in parte l’operatività), Enrico Bondi marcia col piede sull’acceleratore.

Dopo i contatti telefonici intrecciati con i banchieri durante le festività, ieri si è incontrato a Collecchio con Guido Angiolini e gli advisor Mediobanca e Lazard. E domani farà la spola tra cittadina parmense e Milano dove sono fissati i primi appuntamenti.

Gli incontri dei prossimi giorni saranno un primo confronto sulla situazione di Parmalat, utile anche per possibili e eventuali collaborazioni future. Il piano di salvataggio sarà infatti presentato solo a fine mese. Escluso un summit allargato, prima tappa sarà, con ogni probabilità, Banca Intesa, una delle banche creditrici del gruppo alimentare che a dicembre hanno fornito a Collecchio la liquidità mancante consentendo di ripagare il bond da 150 milioni di euro in scadenza e di evitare il default. Tra gli altri interlocutori di Bondi ci potrebbero essere quindi anche Popolare di Lodi e Bpu, intervenute anch’esse nel bond rimborsato a dicembre, come pure Capitalia, dalla quale il commissario si avvia a incassare poco meno di 22 milioni di euro per la quota dell’1,5% di Mcc.

Gli altri istituti esposti verso il gruppo alimentare sono Unicredit, Mps, Bnl, Bipielle, Credem e SanPaolo Imi. Quest’ultimo, comunque, non è compreso nel giro di orizzonti previsto da Bondi. Citigroup, intanto, starebbe cercando di accreditarsi presso Bondi e le altre banche straniere come principale interlocutore tra gli istituti esteri, secondo quanto riferito da fonti finanziarie.

Sul fronte delle indagini è intanto saltato fuori un nuovo fronte, quello del falso bilanco Bonlat, società “discarica” del gruppo Parmalat, destinata a raccogliere tutti i debiti di Collecchio. Un bilancio scritto su un semplice foglio di Excel, senza note o spiegazioni, un elenco scarno di titoli di credito e di debito che compongono la situazione patrimoniale della società. Un documento che non doveva venire alla luce e che ora, come anticipato da Repubblica, è nelle mani dei magistrati di Milano.

Il giornale domenicale inglese Observer, ricorda intanto, che le inchieste su Parmalat rischiano di coinvolgere alcune tra le maggiori banche Usa, tra cui Jp Morgan Chase, Merrill Lynch e Morgan Stanley, oltre a Bank of America, che hanno avuto un ruolo sia in collocamenti privati che in offerte pubbliche di titoli e soprattutto di obbligazioni Parmalat sul mercato Usa. Tanto che a soli due mesi dal crac Parmalat,
Bank of America, come ricorda il Sunday Telegraph aveva raccomandato in un proprio studio i bond emessi dal gruppo alimentare prevedendo che gli obbligazionisti “pazienti” sarebbero stati “ben ricompensati”.

Dal Venezuela, intanto, si è fatto vivo Giovanni Bonici, presidente di Parmalat Venezuela, fino a oggi irreperibile. Lo ha raggiunto telefonicamente “Il Sole 24 ore”. Bonici ha promesso di tornare in Italia la prossima settimana. “Non sono Bin Laden e rispondo pure al telefonino. Ho parlato anche con i finanzieri italiani. E ribadisco la mia disponibilità a tornare in Italia”, ha detto Bonici al Sole 24 ore. Come gli altri manager Parmalat anche Bonici smentisce l’esistenza di un “tesoro” dei Tanzi nascosto in Sudamerica e in particolare in Ecuador o addirittura in Venezuela.

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