PARE PROPRIO CHE BERLUSCA NON CE LA FACCIA

29 Giugno 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Puntellare Berlusconi non è leale, non serve, non è intelligente, sicofanti e ruffiani inoltre abbondano. Picconarlo è stolto, non ci sono alternative serie. L’opposizione va rispettata, ma la sua inclinazione alla demagogia bisogna trattarla come merita. Poi il Cav. è simpatico, folle, stralunato, addirittura sconcertante, inaudito nel suo cocciuto infantilismo, mentre quelli sono cuori in grisaglia, gente perbenino che può far sognare il ceto medio riflessivo, non certo animali da strada come noi.

Brutta botta, quella di Milano, e brutta situazione. Perché prevedibile e prevista, perché la reazione alle sconfitte è da perfetti “sore losers”, cattivi perdenti. I brogli. Il difetto di comunicazione, che fa ridere. La scusa della fragilità nel “territorio”. Il riequilibrio dei posti di potere assistenziale senza lo scambio con una nuova politica che mostri almeno un traguardo. Due anni a venire di ulteriore tediosa verifica con le insofferenze, gli aventinismi, gli sgambetti, le solite veline ai giornali, l’assenza di una discussione seria.

Fossimo un partito, sarebbe il momento di battersi per una svolta, di insidiare e minacciare il torpido potere dei burocrati del berlusconismo, come quel Paolo Romani che spiega la sconfitta con l’apparizione di due spilloni di Filippo Penati ai seggi: che un pezzo del potere televisivo e politico del berlusconismo milanese sia affidato a un simile esempio di vanità e balordaggine, fa specie, e qualcuno che lo dica ci vorrà pure.

Un piccolo giornale semilibero, destinato alla chiacchiera, che non si prende mai troppo sul serio, può e deve fare questo: nominare il falso, denunciare i piccoli idoli di teatro, criticare. Di lavoro ne avremo, nei prossimi due anni, che saranno anni duri. Può darsi che alla fine, nel 2006, ce la faranno lo stesso. E che sarà augurabile la sconfitta dei loro avversari. E’ probabile. Vedremo.

Dipende anche dalla ripresa economica, dalle elezioni americane, dal quadro internazionale in cui Berlusconi si muove a suo agio non perché comunichi bene o controlli il territorio, ma perché ha una politica, giusta o sbagliata, ha un’identità. Dipendesse da loro, dal modo in cui pensano e discutono oggi il “nuovo slancio riformatore”, diremmo di no. Diremmo che il declino è in pieno svolgimento e che i delusi si conteranno a valanghe.

Cisl e Confindustria erano fino all’altro ieri il perno di un nuovo patto sociale di modernizzazione, ed è tutto finito nella pattumiera in cui è stata gettata la riforma dello Statuto dei lavoratori, il mancato decreto di San Valentino del governo Berlusconi. Ora va di moda la concertazione, si passerà di cerimonia in cerimonia fino alla firma della Costituzione taroccata a Roma, sai che piacere mondano.

Non abbiamo i conti a posto, da bravi bambini indebitati e cartolarizzati e condonati, ma nemmeno quel deficit che osa e stravolge con la rivoluzione fiscale gli assetti consolidati che il berlusconismo era venuto per alterare, quella era la promessa: liberalizzazioni e crescita, responsabilità e libertà. L’establishment si riorganizza e si prenota stancamente con le sue mazurke per il nuovo potere prossimo venturo.

Le banche astute la faranno sempre più da padrone, l’industria vivacchierà senza fallire né seriamente ristrutturarsi, il capitalismo familiare convivrà tranquillo con il nuovo capitalismo cosiddetto. Alitalia sarà rifinanziata in perdita, come il calcio.

Continuerà il tormentone verbale del federalismo e dell’interesse nazionale, nell’iter improbabile della riforma costituzionale. Rinascerà il velleitario penchant proporzionalista, così, il solito diversivo di mezza stagione. Tutto sarà insieme composto e rinviato, nelle migliori tradizioni di quando c’erano, caro lei, il sistema proporzionale e la dittatura degli apparati di partito.

La società di cui il berlusconismo doveva essere espressione sarà di nuovo invitata a dormire, poi ci si stupisce che non si svegli il giorno del voto o vada al mare quando c’è il sole. La penetrazione in partibus infidelium, lo spiazzamento del governare con indipendenza, quando ci vuole anche “da sinistra”, è cosa rinviata: più delle battaglie di giustizia e di libertà, per tutti, vale la chiacchiera da spogliatoio, l’eterno dopopartita.

Sarà approvato con la fiducia un riformone della giustizia che suscita l’opposizione dei superconservatori in toga, li porta a scioperare arcigni, ma non gli taglia le unghie: fatiche inutili. Quei delinquenti di intellettuali, che se ne stiano tutti con l’Ulivo e con i girotondi, gente estranea in giro la Casa delle Libertà non ne vuole. Non vuole i radicali, pericolosi a sé e agli altri, quando la logica è quella del tran tran.

Non è che sia facile costruire da zero una nuova classe dirigente, affermare una cosa che si chiama “destra”, e magari di governo, in un paese che non l’ha mai conosciuta. Non è facile praticare il decisionismo in Italia, non è facile sorprendere un paese strutturalmente scettico, indolente, con un tasso di agonismo derisorio, pari a quello della sua recente nazionale di calcio. Ma è anche difficile escludere dal campo in modo tanto meticoloso tutto, ma proprio tutto quel che potrebbe portare, forse, domani, a questo risultato. Durare è tutto, governare è niente.

Questa filosofia, se vogliamo chiamare così la più soporifera delle ideologie italiane, ricomincia a prevalere perfino nella coalizione diretta da un attore che ha conosciuto il dolore, che è entrato in scena nel pieno di un dramma vero dieci anni fa, che ha il talento del colpo di teatro, che potrebbe a ragione dire “dotto’, la mia vita è un romanzo”. Se non ce la fa lui, non ce la fa nessuno. E pare proprio, non tanto per il voto e i ballottaggi ma per la stizza maldestra con cui vengono accolti e giudicati, pare proprio che non ce la faccia.

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