PARADISI FISCALI, SI SVUOTA LA LISTA NERA

8 Aprile 2009, di Redazione Wall Street Italia

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– La pressione del G20 di Londra comincia a produrre i suoi effetti. Il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria, ha annunciato ieri a Parigi che non vi è più alcun Paese sulla lista nera dei paradisi fiscali. In pochi giorni Uruguay, Costarica, Filippine e Malaysia sono stati “spuntati” da questo elenco dopo aver preso l’impegno formale per uno scambio di informazioni sulla base degli standard internazionali fissati proprio dall’Ocse. È un passo importante, come ha riconosciuto Gurria durante la conferenza stampa tenuta al termine dell’incontro con il commissario europeo responsabile della fiscalità e delle dogane, l’ungherese Laszlo Kovacs

Ma è soltanto il primo di un lungo cammino verso la trasparenza. Passare dalla lista nera a quella grigia, in compagnia di Paesi come la Svizzera, il Lussemburgo e il Lichtenstein, significa, in concreto, adeguare parti importanti delle rispettive normative fiscali ai criteri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo. In realtà è la lista grigia, formata a questo punto da 42 Paesi, a richiedere i maggiori sforzi di persuasione e monitoraggio della comunità internazionale e dell’Ocse. L’ulteriore promozione alla lista bianca si guadagna quando un Paese ha firmato accordi bilaterali sullo scambio di informazioni con almeno 12 dei 30 Paesi aderenti all’organizzazione: «È chiaro che non saremo soddisfatti se dodici paradisi fiscali raggiungeranno accordi con altrettanti centri finanziari offshore», ha puntualizzato Jeffrey Owens, direttore Ocse per la politica fiscale. «Gli impegni sono solo un primo passo. Siamo più interessati alla loro realizzazione», ha rincarato il commissario europeo Kovacs.

Angel Gurria ha in sostanza dribblato le domande (numerose) dei giornalisti svizzeri sul perché, al termine del vertice di Londra, centri offshore come Macao e Hong Kong si siano ritrovati fuori lista per finire in una nota a margine come «Regioni amministrative speciali che si sono impegnate a mettere in pratica gli standard internazionali riconosciuti». L’Ocse si è limitata a replicare che la lista è fondata su criteri oggettivi. Sanzioni potrebbero essere applicate a chi non rispetta gli impegni, anche se queste – ha sottolineato il segretario generale – restano una prerogativa dei governi. Tra le misure di ritorsione figurerebbero le ispezioni ulteriori per quanti ricorrono ai centri offshore e una riduzione dei benefici fiscali legati alle attività economiche in questi territori.

Nonostante l’annuncio ad effetto di ieri, alcuni esperti restano scettici poiché uscire dalla lista nera è relativamente facile grazie ad una dichiarazione d’intenti, sia pur vincolante. L’importante, sostengono, è che si assottigli rapidamente la lista grigia, dove le trattative tra singoli Stati rischiano di essere lunghe. È da oltre un decennio che l’Ocse ha cominciato a lavorare sui paradisi fiscali, all’indomani della crisi asiatica. Stavolta l’organizzazione può beneficiare di un sostegno politico planetario e in un contesto di crisi economica senza precedenti che ha reso ancora più necessario il recupero delle risorse sottratte ai governi nazionali. Secondo stime ufficiose gli assets nei centri offshore ammonterebbero ad una cifra compressa tra i 1.700 e gli oltre 11mila miliardi di dollari.

Il vertice Usa-Svizzera
La Svizzera inizierà il 28 aprile prossimo i negoziati con gli Usa per la revisione dell’accordo fiscale sulla doppia imposizione. L’annuncio è venuto da Washington, Berna ha confermato. Sarà il primo passo della Confederazione in direzione dell’inserimento nelle intese esistenti della sua adesione ai criteri dell’Ocse per la lotta all’evasione fiscale. Un allentamento consistente del segreto bancario, che sin qui poteva essere levato per assistenza in caso di frode fiscale, non di evasione.
La Svizzera ha accordi fiscali bilaterali con 74 Paesi e dovrà rivederne almeno 12, per cominciare ad uscire dalla lista grigia ed approdare a quella bianca dei Paesi considerati pienamente cooperativi dall’Ocse. Oltre che con gli Usa, Berna ha già avviato colloqui con il Giappone. Il Governo elvetico ha contattato anche Cina, Russia, Brasile. Sul fronte europeo, molti i Paesi già sondati da Berna, tra cui Francia e Italia. Ma la vera notizia sul versante Ue è ora la ripresa dei contatti a questo riguardo con la Germania, Paese che nelle scorse settimane aveva duramente attaccato il segreto bancario elvetico.

Il Governo svizzero oggi si riunisce ed all’ordine del giorno c’è anche lo sviluppo di questa fase negoziale, che per Berna ha l’obiettivo di sancire la sua uscita dalla lista grigia, mantenendo però il segreto bancario, pur emendato. Se da un lato la Svizzera tiene fede agli impegni presi, dall’altro però non mancano le critiche all’Ocse. Il ministro elvetico degli Esteri, Micheline Calmy-Rey – che tra l’altro ha incontrato a Istanbul il presidente Usa Obama, come mediatrice tra Turchia e Armenia – ha affermato che quella uscita dall’Ocse dopo il G20 di Londra è una “lista politica”. Un riferimento indiretto al fatto che piazze come Hong Kong e Macao non hanno impedito la presenza della Cina nella lista bianca, così come le Isole del Canale ed i trust londinesi non hanno impedito quella del Regno Unito e alcune isole caraibiche ed il Delaware quella degli Usa. Secondo Berna ci sono stati criteri diversi, insomma, da quelli usati ad esempio per Svizzera, Austria, Lussemburgo.

In ogni caso, non è certo privo di significato che il primo negoziato sia con gli Usa. Washington negli ultimi mesi non ha risparmiato attacchi al segreto bancario elvetico. Inoltre, negli Usa è ancora aperta la vicenda giudiziario-fiscale che ha coinvolto Ubs, la maggior banca svizzera, accusata di aver favorito evasioni o frodi fiscali. La banca ha pagato una multa di 780 milioni di dollari ed ha consegnato una lista di 255 clienti Usa. Ma il fisco americano vuole molte migliaia di nomi. La tensione c’è ancora e lo prova anche il fatto che Ubs ha vietato i viaggi di lavoro fuori dalla Svizzera ad un migliaio di suoi gestori, in attesa che la situazione si chiarisca. Martin Liechti, ex manager Ubs, era stato brevemente arrestato negli Usa, l’anno scorso, proprio in relazione alla indagine fiscale.

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