Panama Papers: Bernie Sanders aveva previsto tutto nel 2011

5 Aprile 2016, di Mariangela Tessa

NEW YORK (WSI) – Lo scandalo  Panama Papers? Bernie Sanders, candidato democratico in corsa per la Casa Bianca, lo aveva previsto nel 2011. È in quell’anno infatti che, il 12 ottobre per la precisione, intervenendo al senato statunitense nel dibattito sull’accordo commerciale tra Stati Uniti e Panamá, Sanders critico’ fortemente la decisione degli Stati Uniti, argomentando così il suo voto contrario:

“Infine, signor presidente, parliamo dell’accordo di libero scambio con Panamá. Il pil annuale di Panamá è di appena 26,7 miliardi di dollari, ovvero due decimi dell’1 per cento dell’economia statunitense. Nessuno può davvero sostenere che approvare questo accordo di libero scambio aumenterà in maniera significativa i posti di lavoro per gli statunitensi. E allora perché l’ipotesi di un accordo di libero scambio autonomo con questo paese? Be’, il fatto è che Panama è il leader mondiale quando si tratta di permettere agli statunitensi e alle grandi aziende di evadere le tasse negli Stati Uniti, nascondendo il loro denaro in paradisi fiscali offshore. E l’accordo di libero scambio con Panamá renderebbe una brutta situazione ancora peggiore. Ogni singolo anno, i ricchi e le grandi aziende evadono cento miliardi di dollari di tasse degli Stati Uniti attraverso paradisi fiscali clandestini e illegali, a Panamá e in altri paesi. Secondo l’organizzazione Citizens for tax justice (Cittadini per la giustizia fiscale), ‘un paradiso fiscale possiede una delle seguenti tre caratteristiche: le sue tasse sul reddito sono molto basse o inesistenti; possiede leggi sul segreto bancario; ha un passato di non cooperazione con gli altri paesi nello scambio d’informazioni su questioni fiscali. E Panama le ha tutte e tre. È probabilmente il peggiore di tutti’.

Signor presidente, l’accordo di scambio con Panamá rischia d’impedire agli Stati Uniti di reprimere più severamente i paradisi fiscali offshore illegali e abusivi. Anzi, la lotta ai paradisi fiscali a Panamá sarebbe una violazione di questo accordo di libero scambio, che esporrebbe gli Stati Uniti a multe da parte delle autorità internazionali. Nel 2008, il Government accountability office ha dichiarato che 17 delle cento principali aziende statunitensi controllavano un totale di 42 filiali a Panamá. Questo accordo di libero scambio renderebbe più semplice ai ricchi e alle grandi aziende non pagare le tasse negli Stati Uniti e deve quindi essere sconfitto. In un’epoca in cui abbiamo un debito nazionale record di 14,7 miliardi di dollari e un deficit federale insostenibile, l’ultima cosa che dovremmo fare è rendere più semplice ai ricchi e alle grandi aziende di questo paese, il non pagare la loro equa quota di tasse, creando paradisi fiscali offshore a Panamá.

Aggiungendo al danno la beffa, signor presidente, l’accordo con Panamá obbligherebbe gli Stati Uniti a rinunciare a chiedere i requisiti previsti dal Buy America act per i bandi pubblici a migliaia di aziende straniere, comprese quelle cinesi, incluse in questo grande paradiso fiscale. Forse la cosa ha senso in Cina, ma non per me. Infine Panamá è considerata dal dipartimento di stato come uno dei principali centri di riciclaggio dei cartelli della droga messicani e colombiani. Dovremmo quindi premiare un paese del genere con un accordo di libero scambio? Io credo che la risposta debba essere un sonoro no”.