Ottenere prestiti bypassando banche e Borsa: l’equity crowdfunding

4 Luglio 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Crisi, pressione fiscale record, disoccupazione ai massimi storici, esercito di giovani e non senza un posto di lavoro, cervelli in fuga. La lista dei problemi che affliggono l’Italia è decisamente lunga. Il paese è in recessione e il suo nome occupa quasi sempre i gradini più bassi nelle classifiche mondiali che misurano la competitività, la ricerca, l’innovazione.

Eppure, come ha anticipato giorni fa anche un articolo di Forbes, l’Italia ha raggiunto un primato non di poco conto, diventando il primo paese al mondo dotato di una regolamentazione ad hoc sull’ equity crowdfunding-.

Letteralmente “finanziamento della folla”, il crowdfunding è di per sé una realtà di cui si parla molto e i cui ambiti di utilizzazione sono destinati ad ampliarsi. Si tratta di finanziamenti che vengono erogati direttamente dalle persone, non solo soggetti istituzionali ma anche persone fisiche, che decidono di versare fondi per partecipare alla nascita e allo sviluppo di una determinata iniziativa. Iniziativa che può spaziare dall’aprire una pizzeria al restaurare un’opera di grande valenza artistica.

In Olanda è per esempio possibile aprire una pizzeria beneficiando della partecipazione della “folla”, ovvero di alcune persone che decidono di aderire al progetto versando direttamente soldi loro e ricevendo in cambio una partecipazione nell’attività.

Wall Street Italia ha intervistato il business angel Alberto Giusti, che ha commentato il passo in avanti compiuto dall’Italia. “Nel 2012 sono stati raccolti 2,8 miliardi di dollari con il crowdfunding. La decisione dell’Italia di varare un decreto per l’equity crowdfunding è molto positiva”. Si attende ora l’attuazione definitiva del decreto attraverso la regolamentazione della Consob, che nei mesi precedenti ha chiesto al pubblico di fare commenti sulle regole in via di definizione.

Il decreto ha posto regole che sono state definitive dalla collettività restrittive – ha detto Giusti – Il punto è che l’equity crowdfunding si potrà applicare solo alle start up innovative”. Detto questo, si “tratta di un grande progresso, in quanto saremo l’unico paese ad avere una disciplina ad hoc” in questo ambito.

Inoltre, in un periodo di crisi come quello che il paese sta attraversando, l'”equity crowdfunding permetterà la raccolta dei finanziamenti bypassando sia le banche che la borsa“. Se prima, per raccogliere fondi, una start up spesso sceglieva l’opzione di bussare alla porta degli istituti di credito o si collocava in borsa, “ora ci sarà una alternativa”, e non di poco conto. “Potranno infatti attraverso portali web raccogliere l’interesse dei privati e ricevere così fondi direttamente dalle persone”. Queste avranno in cambio una “partecipazione azionaria o partecipazione alle quote del capitale della società in caso di S.r.l.

Il vantaggio è notevole soprattutto perchè con l’equity crowdfunding non ci sono quegli ostacoli a cui invece le banche vanno incontro. “Le banche per potere investire nelle aziende devono sottostare a vincoli decisi dalle regole di Basilea”, fa notare ancora Giusti. Le aziende rimangono dunque spesso ad aspettare – e ciò succede soprattutto in Italia – che i rubinetti del credito si aprano, senza ottenere spesso risultati. E i rischi non possono essere sottovalutati neanche nel caso della quotazione in borsa, visto che in fasi di turbolenze di mercati, le cosiddette matricole possono soffrire per ragioni più psicologiche che non attinenti ai loro fondamentali di business.

In più, lo stesso equity crowdfunding potrebbe aprire nuovi orizzonti alle banche: “Gli istituti di credito potrebbero lanciare portali di crowdfunding, ospitando iniziative specifiche, e diventando così soci o creditori in caso di erogazione di capitale di debito, nel caso in cui si impegnassero per esempio a versare la parte rimanente del finanziamento che non è stato raggiunto soltanto con gli apporti della folla”.

E ancora, Giusti afferma che l’equity crowdfunding potrebbe permettere ai singoli investitori di diversificare il rischio nei loro portafogli. Se una Società di Gestione del Risparmio inserisse quote di partecipazioni in startup in fondi gestiti: a seconda dei settori in cui operano le start up, che possono essere -solo per fare qualche esempio quello dell’energia, alimentare, tecnologico, etc – si potrebbero creare tanti comparti diversi nel fondo”, che metterebbe a disposizione un’offerta differenziata di strumenti con gradi differenti di rischio per il potenziale investitore.

L’investitore avrebbe così modo di differenziare la propria asset allocation con investimenti con un grado di rendimento (ma anche di rischio naturalmente) elevato.